Liber amicorum. Miscellanea di studi storici offerti a Rino Contessa, a cura di G. Carducci, 2 tomi
di Angelo Sconosciuto in: “Risorgimento e Mezzogiorno”, LVI (dicembre 2004), n. 1-2
«Senza
falsa modestia, ritengo che questo sia un libro storiograficamente importante
per la realtà manduriana e salentina». Così scrive nella presentazione
Giovangualberto Carducci, curatore del «Liber», che é, innanzi tutto, un
doveroso gesto di affetto nei confronti di chi, Rino Contessa, ha diretto per
tanti anni, con somma competenza ed altrettanta cortesia e signorilità, la
biblioteca civica «Marco Gatti» di Manduria. Egli, in continuità di stile con
il predecessore - Michele Greco - ed onorando certamente la memoria dell'uomo,
al quale l'istituzione culturale manduriana è dedicata, merita questi due tomi
che, raccogliendo in un «corpus» 44 contributi di storia, si segnalano - senza
ovviamente nulla togliere ad altri studi e ad altri autori - per alcuni saggi
attinenti al periodo storico, al quale questa Rivista presta la sua attenzione.
E
così, scorrendo l'ordine dei saggi, proposti secondo l'ordine alfabetico degli
autori, il primo che attiene all'arco cronologico scelto come discrimine, è
quello di Anna Maria Andriani su «Religione e devianza nella Diocesi di Oria
(secc. XVII-XIX)». Nello scritto si presentano le «cartae relative alla
Stregoneria conservate nell'Archivio Diocesano di Oria (che) abbracciano un
arco di tempo di ben tre secoli»: sono «una serie di accuse, confessioni e
denunce da parte di quanti volevano riportare eventi e comportamenti ritenuti
reati e lesivi della morale. A monte dell'azione dei denunciatari (sic!) - dice
l'A. - c'è l'urgenza di salvarsi dalla scomunica, a mo' di sgravio di coscienza
e per la salvezza della propria anima». Emergono, dagli atti, «magia,
ambiguità, terrore» e ci si rende conto, ad esempio, di come nel ventennio
compreso tra 1852 e 1872 si registrino denunce di «infernal congiura», «vizio
del gioco», «concubinato», «bestemmia», e ancora di pratica di magia nera, di
«uso di immagini sacre per gioco a carte», nonché denunce riguardanti casi di
persone che liberavano «da fatture diaboliche» o che dicevano di «vedere il
diavolo». Una documentazione, insomma, utile a comprendere l'ordito non sempre
chiaro di una realtà rurale ai confini del Regno di Napoli prima, e di quello
italiano poi.
Il
saggio di Andriani si collega - sul fronte delle tematiche socio-religiose
relative alla Terra d'Otranto del XIX secolo - a quello di Cosimo Demitri su
«Le missioni popolari a Maruggio dal Concilio Tridentino (1545-1563) al
Vaticano II (11 ottobre 1962-8 dicembre 1965)», sempre impaginato nel primo
tomo del «Liber». Quanto al periodo che ci riguarda, l'A. riferisce di diverse
missioni e si inizia proprio da quella, nella quale «i "Signori" di
San Vincenzo de' Paoli» furono impegnati tra 1'8 dicembre 1800 ed il 22 gennaio
1801. «Il degrado morale in cui versava non solo la popolazione maruggese, ma
anche il clero locale (ceto sacro) é reso evidente dal missionario estensore
della relazione», scrive l'A., il quale con dovizia di particolari pone in
risalto le conseguenze «morali» di una condotta di vita ben oltre le soglie
dell'indigenza. Ponendo così in collegamento tutti gli elementi della vita
sociale e di quella religiosa, egli descrive appieno le condizioni di una
cittadina. Anzi, talvolta sono proprio i cosiddetti «casi riservati» ad essere
altrettanto nitide foto di una realtà, che vide missionario anche un futuro
Santo, Giustino de' Jacobis, che «venne nel paese ancora giovanissimo, quando,
da meno di un anno aveva ricevuto l'ordinazione sacerdotale (12 giugno 1824)
dalle mani dell'arcivescovo mons. Giuseppe Maria Tedeschi nella Cattedrale di
Brindisi» (p. 358). Attraverso lo studio delle relazioni di quelle missioni ed
intersecando queste fonti con altrettanto pertinenti documenti - dal Concordato
del 1818 alle conclusioni decurionali - l'A. «scrive la storia» di una
cittadina, scava nelle sue fondamenta umane, ponendo in evidenza singolarità
territoriali e comunanza di aspirazioni con altre comunità civiche.
Lucia
D'Ippolito, qualche pagina oltre, affronta il tema de «L'ospedale
"Marianna Giannuzzi" di Manduria: le origini». Si tratta di uno
studio accurato su un'Opera pia e sul suo passaggio attraverso le diverse
norme che, nel Regno borbonico prima ed in quello d'Italia poi (le
considerazioni dell'A., in verità, giungono fino a noi), hanno regolato la vita
civile ed amministrativa di queste persone giuridiche con scopi di beneficenza
ed assistenza.
Quasi in
conclusione del primo tomo, quindi, ecco le intense pagine di Jelena Djurovic,
caratterizzate da un doppio titolo: «I. Il ponte invisibile tra le due sponde
dell'Adriatico. Il. Il contributo degli Italiani allo sviluppo della
bibliografia storica del Montenegro». Ed il secondo titolo è certamente
rilevante, se solo si pensa che l'A. attribuisce nuova luce a uomini della
levatura di Giuseppe Valentinelli, al quale si deve il primo lavoro
bibliografico sul Montenegro ed i Montenegrini, edito in Venezia nel 1842. Uno
studioso a tutto tondo, che pubblicò una seconda edizione della sua opera a
Zagabria, raccogliendo «in totale centonovantotto schede bibliografiche
riguardo al Montenegro» ed arricchendo ulteriormente la sua raccolta, nel
1862, di circa sessanta titoli ancora. E dopo Valentinelli, ecco il barnabita
padre Cesare Tondini de' Quarenghi e, con lui, il latinista Annibale Tenneroni.
«L'importanza di questi tre studiosi che hanno dato inizio e impulso agli interessi
e allo sviluppo della bibliografia montenegrina - conclude Djurovic - è
indubbiamente molto grande. Dopo di loro, non solo nel nostro paese ma anche
nel resto del mondo, tanti altri nostri bibliografi hanno ripreso quei lavori,
ricercando e raccogliendo materiale bibliografico sul Montenegro e sui
Montenegrini».
Altri
cinque saggi concernenti l'arco di tempo oggetto di studio della storia del
Risorgimento sono pubblicati nel secondo tomo del «Liber amicorum». Si tratta
de «Le sorti del romanzo in un bilancio di Fine Ottocento» di Luigi Marseglia;
di «Notai antichi grottagliesi (secc. XIV XIX)» di Rosario Quaranta; di
«Manduria: fonti per una ricerca sul monastero San Giovanni Battista delle
Benedettine cassinesi» di Michela Mariangela Talò; del «Carteggio
Tommaseo-Prudenzano (1864-1869)» di Walter Tommasino; nonché di «Romualdo
Geofilo: occulto giacobino e carbonaro mesagnese» di Domenico Urgesi.
Marseglia,
prendendo ad oggetto della sua indagine il testo di una conferenza tenuta da
Giuseppe Gigli al Circolo degli impiegati di Potenza il 21 gennaio 1900, lo
legge tra le righe, per annotare gli eventi della cultura letteraria italiana
negli anni Novanta dell'Ottocento, «un decennio cruciale - egli afferma - per
il romanzo italiano ed europeo», con «gli scrittori (che) si volgono
all'analisi di mondi interiori e riscoprono il dubbio, l'incerto delle
coscienze malate, incrinate dalle urgenze dei tempi moderni». Del resto, in
Gigli, «un filo tenue lega l'immagine ch'egli ha di D'Annunzio a quella di
Fogazzaro. Entrambi guardano alla realtà contemporanea - avverte Marseglia -.
Gigli rileva questo aspetto come particolare innovativo della forma del romanzo
fin de siècle, coglie la differenza delle soluzioni offerte dai due
scrittori e gioca il discorso della «contemporaneizzazione» del narrato sulla
psicologia dell'eroe moderno».
E
da quest'analisi di fine secolo XIX, che spazia su un orizzonte europeo,
all'interessante «particolare» dei «notai antichi grottagliesi» di Rosario Quaranta,
il quale recupera nomi, insegne del tabellionato e riferisce dei singoli
protocolli, talora riferendo gli atti più rilevanti in essi conservati.
Un
altro utile studio di fonti è quello proposto da Michela Mariangela Talò. La
giovanissima ricercatrice fa una compiuta analisi dei 14 faldoni riguardanti
il monastero di San Giovanni Battista in Manduria: quanto al periodo che rileva
su questa Rivista, si parte dalle elezioni delle badesse e si prosegue
nell'analisi della cartella delle educande; si riferisce di serve, converse e
novizie, quindi delle monacande; ancora delle uscite delle religiose per
malattia e dell'amministrazione del monastero fino a giungere alle diverse
controversie: emerge un ulteriore spaccato di persone e situazione, un utile tassello
nella storia dell'antica provincia di Terra d'Otranto.
Di
respiro decisamente non locale è il saggio di Tommasino, che presenta il
carteggio intercorso tra Niccolò Tommaseo e il manduriano Francesco Prudenzano
nel quinquennio 1864-1869: le lettere sono posteriori di un quindicennio ai
momenti in cui i due si conobbero: «gli anni e la visione cristiana della vita
- annota l'A.- avevano poi rafforzato l'amicizia e la reciproca
considerazione», tanto che tra il 1855 ed il 1860 il Prudenzano aveva curato,
«con discorso e note» il Della bellezza educatrice dello scrittore,
filologo e patriota di Sebenico. «Come apprendiamo dalle restanti lettere del
Fondo Tommaseo in Firenze, la corrispondenza del Prudenzano continuò fino al 5
novembre 1873 (Tommaseo muore il 1° maggio 1874, a Firenze): le lettere del
Tommaseo, relative agli anni 1870-73, non figurano nel Fondo Prudenzano in
Manduria: esse o sono state smarrite o sono andate disperse in altri fondi di
non facile reperimento», conclude l'A., quasi aprendo un altro capitolo non
meno interessante per chi volesse proseguire nella ricerca.
Ultimo
saggio della raccolta - anch'esso avente come oggetto di ricerca una tematica
di storia del Risorgimento - è quello di Domenico Urgesi, che indaga sulla
figura di «Romualdo Geofilo: occulto giacobino e carbonaro mesagnese», «che
svolse un ruolo di primo piano in Terra d'Otranto nel primo ventennio
dell'Ottocento, ai cosiddetti "albori" del Risorgimento salentino»,
visto che «svolse un ruolo molto importante nella repressione della trama borbonica
dell'estate 1806», che «nel 1821... fu coinvolto, insieme ad altri magistrati e
notabili, in un altro episodio carbonaro». Ed anche questo, come il precedente,
va considerato un work in progress, visto che - conclude Urgesi - «noi
non conosciamo le idee di Romualdo Geofilo, non abbiamo rintracciato né un suo
"discorso", né una sua "opera", come si addice ai grandi
personaggi. Conosciamo, invece, ciò che egli fece, le sue "azioni".
Sono quelle che ci aiutano a capire le dinamiche politico-sociali del primo
Ottocento in Terra d'Otranto, per buona parte interne alla classe dei
possidenti, in un periodo storico in cui l'Italia era un'espressione geografica
e il popolo un'espressione letteraria». Un work in progress, perché
l'ultimo saggio come tutti gli altri qui citati danno l'avvio alla
ricostruzione di mosaici più vasti: non certamente quelli di una nuova storia,
ma di una storia più completa e articolata. Ed anche questo sotteso
incoraggiamento a battere nuove piste rispecchia pienamente le idee di Rino
Contessa, al quale i due tomi sono offerti.
Un'ultima
segnalazione, tuttavia, va fatta. Essa esula dal contesto di storia
risorgimentale, che ci si era imposto come linea guida, ma riguarda certamente
la storia della cultura in Italia. Non inganni il titolo del contributo che
recita: «Cultura laica e impegno civile a Manduria durante la seconda metà del
'900: il lavoro di un editore». Già il sommario che parla di «ricordi e
testimonianze per un «contributo alla critica di me stesso», diventa più
intrigante. Se poi ci si rende conto che «il testo originario fece parte della lectio
doctoralis-Il debito con i miei maestri, letta il 25 novembre 1991,
per la cerimonia di conferimento della laurea honoris causa presso
l'aula magna dell'Università degli studi di Lecce» e che il testo «che si
ripropone, è stato ampliato e completato con giudizi che nel tempo hanno
espresso vari intellettuali italiani sulla fisionomia culturale e sull'attività
della Casa Editrice Lacaita», appare chiaro che il testo di Piero Lacaita
diventa davvero pietra preziosa tra quelle già incastonate nell'ideale gioiello
di 44 gemme offerte ad un galantuomo della cultura quale è stato, ed è, Rino
Contessa.
Padre Francesco da Cassano, una “pecorella smarrita” del Convento di Pulsano?
di Cesare Mandrillo in: “il taccuino” del 25 gennaio 2004
L'opera Liber amìcorum (II libro degli amici), pubblicata poco prima dello scorso Natale dall'editore Filo di Manduria, è una miscellanea di studi storici offerti da alcuni amici - appunto - a Rino Contessa, l'infaticabile e
valente bibliotecario della prestigiosa Biblioteca "Marco Gatti" della stessa Manduria, di recente collocato a riposo (come suol dirsi nel brutto linguaggio burocratico), dopo più di trent’anni di onorato servizio.
La detta opera consta di due corposi tomi curati dal giovane e bravo storico tarantino Giovangualberto Carducci, e riunisce, quali attestati di riconoscenza e stima verso il bibliofilo manduriano, quarantaquattro contributi di studiosi tra i più accreditati nella ricerca storica della nostra terra (Taranto, Brindisi, Lecce); contributi che nel loro insieme fanno registrare un significativo avanzamento nella ricostruzione di non poche pagine della storia del Salento, come si esprime il citato curatore nella presentazione. Ho appena finito di leggere il contributo di Anna Maria Andriani, docente di Lingua e letteratura inglese presso il liceo scientifico "Ribezzo" di Francavilla Fontana, dal titolo Religione e devianza nella Diocesi dì Oria (secoli XVII - XIX). Lo studio, in apertura ricco di riferimenti culturali relativi alla più corretta comprensione del termine devianza, passa poi ad esaminare in concreto, e con acute analisi di tipo ambientale, psicologico ed ideologico, i non pochi episodi di superstizione, di esercizio delle cosiddette "fatture", di magia nera, di fornicazione, di negazione della fede cattolica, ed altri ancora, di cui furono sospettati nei secoli e nell'ambito territoriale indicati, non solo laici, ma anche religiosi; nei confronti dei quali vennero poi istruiti veri e propri processi da parte della massima autorità ecclesiastica locale, su documentazione proposta quasi sempre dal Tribunale del Santo Uffizio della Diocesi di Oria. La documentazione era costituita da una serie di accuse, confessioni e denunce, a monte delle quali - spiega l’Andriani - c'era l'urgenza, da parte dei denuncianti, di salvarsi dalla scomunica, a mo' di sgravio di coscienza e per la salvezza della propria anima.
Per quanto riguarda gli episodi di fornicazione più rilevanti, si citano quelli del Padre paolino Nicolò di Marzo che "teneva pratica con (la) parente Cumasia", e che avrebbe addirittura avvelenato il di lei marito; del Padre Dionisio Erario che "teneva pratica malissima con la figlia dell'Anticristo, moglie di Cosimo Attanasi"; di Catalda Anzillotta, che aveva fatto "atti disonesti col diavolo apparsole sotto l'aspetto del Canonico Oroncio Pagano"; di Fra' Pietro di Taranto che "teneva la sua concubina dentro e fuori le mura del Convento". Ed a proposito della poco edificante "consuetudine" da parte di alcuni (a volte troppi) religiosi del tempo, soprattutto frati questuanti e confessori, di tenere "pratiche malissime" (non me ne vogliano i lettori benpensanti, ma anche certi episodi fanno parte della microstoria di un paese), mi viene in mente quella "scandalosa" denunciata a fine Settecento dal pulsanese Giuseppe M. (si tace il cognome per ragioni di opportunità), nei confronti del Padre Riformato Francesco da Cassano, all'epoca di stanza nel Convento di Pulsano.
La circostanza la si conosce, nell'insieme e nei particolari, da una procura del primo luglio 1795 redatta dal notaio leporanese Giovanni Liborio Visciola (in Archivio di Stato di Taranto, Fondo notarile, atti G. L. Viscola, anno 1795, carte 83v. - 85v.), che di seguito si trascrive:
"Procuratio facta à Josepho M..., Terrae Pulsani. Die pma (prima) Mensis Julij, decimae tertiae Ind., anni millesimi, septing.mi septingentesimi nonagesimi quinti in Terra Leporani, Nos Johannes Meo Terrae Pulsani Regius ad Vitam Judex ad Contractus; Johannes Liborius Visciola Leporani Regia et per totum hoc Regnum authoritate Notarius; et Testes Videlicet = Mag.ci (Magnifici) R.ndus (Reverendus) Archip. (Archipresbiter) D. Lionardus Basta et Johannes Boccabella, Leporani, et Dr. D. Thoma Valentini Tarenti, Viri quidem literati, et ad hoc specialiter habiti, vocati, atque rogati - Costituito personalmente nella nostra presenza Giuseppe M. della convicina Terra di Pulsano, al presente in questa di Leporano, il quale (...) avendo preinteso che non ostante le debite precauzioni prese con prudenza dal Rev.do Paroco di d.a (detta) Terra di Pulsano D. Donato Tattesi per la rimozione da detta Terra del Pr.e (Padre) Riformato Fra' Francesco di Cassano a causa della scandalosa prattica che il medesimo aveva in Casa di esso Costituito; pure il detto Rev.do Pr.e (Padre) Franc.co (Francesco) con maniere improprie e ricorsi fatti a S.(ua) M.(aestà) (che Dio guardi) habbia tentato e vada tuttavia tentando di far ritorno in detta Terra di Pulsano, e nel Convento sotto il titolo di S. Maria de' Martiri. Volendo perciò esso costituito Gius.e (Giuseppe) M. riparare al suo onore, e fare tutto quello che da lui si conviene per impedire il d.o (detto) ritorno (...), Fidato perciò all'intiera fede, e bontà del Mag.co (Magnifico) Sig. D…(non risulta ancora stabilito il nome del legale a cui Giuseppe affida il suo mandato, cosa abbastanza frequente nelle procure del tempo, ndr), il medesimo, quantunque assente, come se fusse presente, fa e costituisce, e colla sua propria bocca nomina per suo vero, legittimo e indubitato Procuratore, acciò in suo nome, e parte, possa e voglia comparire, tanto d'avanti al Molto Rev.do Ministro Provinciale del d.o {detto) Ordine dej Riformati; quanto nella Curia Arcivescovile della Convicina Città di Taranto; ed in ogni Corte, Luogo, e Foro, non esclusa neppure la presenza dell'Augusto Sovrano (che Dio guardi) {al tempo Ferdinando IV di Borbone, ndr) ; ed in proporre qualunque azzione, ed opporre tutte e qualsivoglia eccez.ni {eccezioni) legali a suo favore dittantino; ad oggetto d’impedire al d.o {detto) Padre Francesco Riformato il ritorno in d.o {detto) Convento di Pulsano; e ciò per Custodia del proprio onore di esso Costituito M.; e per evitare tutti quei disordini che in seguito potrebbe accaderne (...)".
Se il nostro Giuseppe non si fosse comportato alla maniera coraggiosa descritta nel documento e avesse, al contrario, scelto la strada del tenere nel segreto delle mura domestiche il fattaccio, come d’altronde la saggezza popolare consigliava al tempo (non a caso ci è rimasto il detto "Pìgghila a rrisa quanna acchi lu mònicu a casa", cioè a dire "Fai buon viso a cattiva sorte quando trovi... il monaco in casa”), certamente non avremmo mai saputo della "prattica scandalosa" di Padre Francesco; o presunta tale, visto che documentariamente abbiamo a disposizione solo la voce di una campana, quella della cosiddetta... parte lesa.
Infatti, il mancato reperimento di ulteriori documenti non ci consente di conoscere l'epilogo, se epilogo ci fu, della vicenda, e quali eventuali discolpe abbia potuto presentare il religioso di Cassano in opposizione al provvedimento del buon parroco Tattesi e al ricorso delle misure cautelari del denunziante. Restano però accertate e ferme le circostanze che Giuseppe M., campagnolo, figlio dei pulsanesi Francesco ed Eugenia C, abitava proprio nella Strada del Convento (in seguito diventerà Via Municipio e poi ancora Via Vittorio Emanuele); che aveva sposato una ragazza fornita di una dote invidiabile per quei tempi, di nome Stella, nel febbraio del 1791 (tanto risulta dai relativi capitoli matrimoniali redatti dal notaio Pietro Nunni il 22 settembre precedente); che la ragazza, all'epoca della procura/ denuncia, aveva trentuno anni, tre in più del marito; e che nella stessa casa della giovane coppia viveva anche la mamma di Stella, Donna Giuseppa C, di Casalnuovo (oggi Manduria), vedova di Don Pietro L., originario di Carosino, il quale per anni aveva esercitato a Pulsano la professione di dottor fisico, cioè di medico condotto, come poi si dirà più avanti nel tempo.