Quando il colera colpì Manduria.
Ristampato il libro di «cronaca e maldicenza» (1886) di Carmelo Schiavoni
di Nando Perrone in: “Gazzetta del Mezzogiorno”, 20 settembre 1997
Segna il debutto nel settore di un nuovo editore manduriano, Fulvio Filo Schiavoni, e, nel contempo, rappresenta la novità editoriale cittadina più interessante di quest'autunno. La ristampa del libro Il cholera a Manduria, cronaca e maldicenza di Carmelo Schiavoni, opera apparsa anonima nel 1886, è una riuscita ed apprezzata operazione culturale. Dopo Manduria in immagini e documenti fra '800 e ‘ 900, Fulvio Filo ha voluto nuovamente riscavare nella storia della città. Ha puntato sulla ristampa di un libro che ben oltre dal soffermarsi sul solo aspetto, pure interessante, della diffusione dell'epidemia del colera a Manduria e sugli interventi posti in atto per difendersi dal contagio (come il titolo del volume lascerebbe supporre), ma «offre anche la possibilità di cogliere uno spacco del tessuto civile della nostra cittadina in un frangente particolarmente doloroso».
«Alcuni anni fa, rovistando tra vecchi libri e vecchie carte della biblioteca di mio nonno Ricciotti Schiavoni, trovai una copia del libro Il cholera a Manduria fra cronaca e maldicenza, stampato senza il nome dell'autore nel 1886» racconta, in premessa, Fulvio Filo Schiavoni. «La sua lettura suscitò subito in me curiosità ed interesse perché vi erano narrati fatti e descritti personaggi che erano stati oggetto di conversazione e di ricordi da parte di miei anziani parenti. Poche e fuggevoli immagini della vita e dell'aspetto quotidiano della Manduria di fine ottocento ci sono state lasciate da scrittori di quel periodo. Il cholera a Manduria è tra i primi libri a stampa dedicati alla vita della nostra città».
Un libro che solo in pochi possedevano. Se è vero, come è vero, che quando fu pubblicato ne furono vendute 133 copie («Una quantità rilevante rispetto al grado di alfabetizzazione e al numero di abitanti dell'epoca» sottolinea lo stesso Fulvio Filo). Il ricavato (400 lire) fu devoluto ad otto orfanelle del colera.
«La concomitanza dell'incontro con il professor Giuseppe Sirsi (che ha curato l'introduzione), che stava conducendo delle ricerche su questo libro e sul suo autore, e l'aver avuto a disposizione le note esplicative inedite di Michele Greco, mi ha spinto ad approfondire la conoscenza dei personaggi e degli avvenimenti narrati» racconta Fulvio Filo. «Oltre ai documenti reperiti nei vari archivi e a quelli messi a disposizione da alcuni discendenti dei protagonisti del libro, molto utile a questa ricerca è stata la vivida memoria della signora Maria Schiavoni, appartenente a quel ramo degli Schiavoni che presero parte ai moti del '48 manduriano. La signora Schiavoni, avendo superato la venerabile età di 94 anni, ha avuto modo di conoscere molti dei protagonisti di quelle pagine, dalla cui viva voce ha raccolto racconti sugli avvenimenti di quel periodo».
Un unico brevissimo passo del libro originale è stato omesso.
«Nella ristampa del Cholera si è ritenuto opportuno omettere un brevissimo passo particolarmente polemico e offensivo» conferma Fulvio Filo. «Non dimentichiamo che l'autore, Carmelo Schiavoni, preferì, forse per evitare guai anche giudiziari, data l'acrimonia di alcuni passi, non firmare il libro, facendolo uscire anonimo».
Colera a Manduria tra cronaca e... maldicenza
di Gianni Iacovelli in: “Corriere del Giorno”, 28 agosto 1997
Il colera, definito dai medici dell'800 cholera morbus, esisteva endemico, come malattia strettamente locale, nel subcontinente indiano, nel quale, tra '700 e '800, si stava verificando sempre più massiccia la penetrazione coloniale delle potenze europee, specialmente dell'Inghilterra.
Sin dal 1817 la malattia iniziò la sua lunga marcia fuori dell'India, con una diffusione rapida e progressiva nel rimanente territorio asiatico, e successivamente in Africa, in Europa e in America.
Il “morbo indiano" o “asiatico”, com'era pure chiamato, comparve sotto forma epidemica nel 1829 in Russia e si diffuse subito nell'Europa centro-orientale, in Polonia, Boemia, Germania e Austria-Ungheria. Nel 1831 colpì l'Inghilterra, nel 1834 la Francia.
Nel 1835 giunse per la prima volta in Italia e imperversò per due anni, mietendo un gran numero di vittime: 236.000 decessi su poco più di 21 milioni di abitanti. Si manifestarono ondate successiva di colera nel 1849, nel 1855‑56, nel 1865‑66, nel 1873, nel 1884‑86, nel 1893 e ancora nel 1910‑11.
L'epidemia non trovò i medici impreparati. Anzi nessuna malattia, salvo forse la peste, suscitò un numero così rilevante di contributi scientifici, di osservazioni epidemiologiche, di ricerche cliniche e farmacologiche. Anche se il bagaglio terapeutico rimase limitato agli antichi, fantasiosi ricettari o alle medicine empiriche della tradizione popolare. Solo nel 1884 Virchiw poteva annunciare alla Società Medica di Berlino di aver isolato il vibrione del colera, scoprendo così l'agente specifico della malattia.
Neppure i governi se ne stettero con le mani in mano. Nel Regno delle due Sicilie iniziò subito lo stato di allerta e Ferdinando II di Borbone, già nel 1831, inviò a Vienna il medico salentino Orazio Gabriele Costa con altri professori dell'Università di Napoli per studiare l'andamento dell'epidemia, individuare le probabili cause, cercare tutti i possibili rimedi. Furono emanate diverse istruzioni, con specifiche disposizioni alle pubbliche amministrazioni e consigli ai privati cittadini che riguardavano l'igiene pubblica e privata, l'approvvigionamento idrico, l'alimentazione. Si individuarono nelle cattive condizioni igienico‑sanitarie degli abitati e nella miseria delle popolazioni le principali cause predisponenti della malattia. Si istituirono cordoni sanitarie quarantene, procedure di controllo talvolta molto severe, che erano mal sopportate non solo per le limitazioni della libertà personale e le difficoltà dei viaggi e degli spostamenti, ma anche per i danni che apportavano, inevitabilmente, ad una economia già di per sé precaria.
Pur tuttavia il colera penetrò nei 1836 nel Regno delle Due Sicilie proveniente dallo Stato Pontificio e dall'altra sponda adriatica. Nell'agosto 1836 un naviglio proveniente da Trieste sbarcò a Trani della merce infetta; subito dopo un marinaio si ammalò di colera e il morbo dilagò in città e nell'intera provincia di Bari. Foggia e la Capitanata furono colpite gravemente. Pochi e sporadici casi, invece, si registrarono in Terra d'Otranto, a Taranto, a Martina, a Monteroni di Lecce.
Al contrario, nel 1854‑55 il colera divampò con incredibile violenza. A Nardò vi furono in un anno più di 500 morti. Le pressioni politiche, i contrasti dei partiti, l'odio tra le famiglie, le condizioni di miseria e d'ignoranza, favorirono la diffusione di voci tendenziose, come di un terribile veleno fatto spargere ad arte dal governo e dai "galantuomini", complici i sanitari, per decimare la povera gente e ridurre così il malessere sociale.
Nel 1865 un'altra terribile ondata epidemica investì l'Italia Meridionale: il colera, proveniente dal Nord Africa, fece il suo ingresso ad Ancona e si diffuse rapidamente nelle Marche e nelle regioni limitrofe. Era transitato da Ancona il giovane soldato di Manduria, che il 25 luglio 1865, tornato in patria dopo il congedo, fu colpito dal male inesorabile, contagiando gli altri membri della famiglia e portando il colera in paese. In agosto si registrò la punta massima dell'infezione, che, per fortuna, tra settembre e ottobre, ebbe un sensibile decremento e scomparve. Una puntuale statistica degli attaccati, e morti di colera nel Comune di Manduria, dal giorno 24 luglio fino al 10 ottobre 1865, redatta dai medici Ambrogio Rizzo e Alessandro Ponno, è conservata manoscritta nella Biblioteca "Marco Gatti" di Manduria. Forse a causa dei cordoni sanitari e degli altri sistemi di controllo messi in opera dalle autorità, pochi casi si verificarono, sporadicamente, nella provincia, a Brindisi e a Lecce. Nel 1866 non si registrarono casi, anche se le notizie del colera, che divampava in Sicilia, Calabria e Basilicata, suscitavano timori anche in Puglia e nel Salento. Nel maggio 1867, difatti, l'epidemia si riaffacciò con maggiore virulenza, coinvolgendo tutto il territorio e mietendo un gran numero di vittime soprattutto fra i ceti più poveri: per alleviare le condizioni dei meno abbienti, che costituivano la maggior parte della popolazione, e migliorare la situazione igienico‑sanitaria dei quartieri a rischio, furono varate da parte dei Municipi misure di prevenzione e provvedimenti di sostegno all'economia delle famiglie: cucine economiche, sussidi, capi di vestiario posti di lavoro.
Dilagò ancora una volta la paura del veleno, che era contenuto, secondo le molteplici versioni che serpeggiavano fra il popolino, in "ampolline" fornite dal governo.
Il colera, intanto, seminava ovunque lutti e miserie. Particolarmente colpite Lecce, Brindisi, Gallipoli, Galatina, Taranto, Nardò, Novoli, Francavilla, Castellaneta, Massafra, con un totale di morti che nella provincia di Terra d'Otranto (le attuali province di Lecce, Brindisi a Taranto) ammontavano a 4698 nel solo anno 1867, su un totale di 15.190 colpiti dal male, una mortalità di circa un terzo.
Il colera del 1873 interessò soltanto di straforo l'Italia Meridionale. Per la Puglia, solo a Brindisi si riscontrò qualche sporadico caso. Nel 1884 il male penetrò in Italia dalla Francia e si diffuse rapidamente in tutta l'Italia. Napoli registrò 8000 vittime, quasi tutte dei quartieri popolari. Le rigide misure di prevenzione ne limitarono la diffusione per tutto il 1885, anche se qualche caso isolato si verificò a Taranto e a Gallipoli. Purtroppo, nell'anno successivo 1886, l'epidemia si ripresentò in Puglia e Brindisi venne colpita agli inizi di aprile, registrando già nei primi giorni una quindicina di decessi. L'epidemia si diffuse nel circondario seguendo gli spostamenti dei lavoratori agricoli stagionali, verso Mesagne, Erchie, Ostuni, Francavilla Fontana, raggiungendo in breve le zone del Tarantino e del Leccese. A Mandunia comparve in giugno e manifestò presto la sua gravità. La classe dirigente, costituita per lo più dalla borghesia liberale dei professionisti e dei proprietari terrieri, si attivò per arginare l'epidemia e per limitarne i danni. Anche se in molti, persino i componenti della Giunta Municipale, scapparono dal paese rifugiandosi nelle casine di campagna. Fu istituito un Comitato di Soccorso, fu aperta una "cucina economica" per la distribuzione di pasti gratuiti, furono distribuiti sussidi in denaro, suppellettili e vestiario, fu maggiormente curata la pulizia del paese ed operata una energica disinfezione nell'intero abitato, sfornito logicamente di fogne e di acqua potabile, come quasi tutti i paesi di Puglia.
Di quest'opera, attivissima, di contenimento del male rimane una abbondante documentazione, tra cui una Relazione sulla epidemia colerica dell'anno 1886 in Manduria, stampata a cura dell'Amministrazione Comunale, e molti altri documenti statistico‑epidemilogici, che vanno riesaminati criticamente.
Ma la specificità del colera di Manduria è dovuta a un altro tipo di documentazione, che potremmo definire "letteraria", legata a fatti di costume, a impressioni e a giudizi, e consegnata in opera a stampa o a manoscritti di straordinario interesse sociologico e culturale. Questa particolarità è dovuta alla presenza in città di alcuni giovani intellettuali, la seconda generazione dopo il Risorgimento, che registrava, dell'epoca, le inquietudini e i contrasti, ma viveva anche penosamente le grettezze e le astiosità, le ristrettezze della vita paesana.
Risiedeva a Manduria in quel periodo Carmelo Schiavoni, rampollo ventiduenne di Nicola Schiavoni, patriota e perseguitato politico del 1848, divenuto dopo l'Unità deputato, poi nominato senatore del Regno, rappresentante di una famiglia egemone non solo da un punto di vista politico e sociale. Era a Mandunia Giuseppe Gigli, gentile poeta e fine scrittore, che l'aspro clima paesano, caratterizzato dalle lotte tra “milampi" e "spuntuni", tra liberali progressisti e liberali conservatori, trasformava talvolta in autore di satire amare di graffianti invettive. Sul fronte opposto il sacerdote don Leonardo Tarentini, "uomo operoso, infaticabile, coraggioso", iniziava i suoi studi sulla storia religiosa e civile di Manduna, che ancora oggi fanno testo. Vi erano poi Arnò, di tendenza clericale e reazionaria, una famiglia che polarizzò l'ambiente culturale e civile della città sul finire del secolo.
Terminato il colera, uscì anonimo (ma l'autore venne subito individuato in Carmelo Schiavoni) un libro: Il Cholera a Manduria. Cronaca e maldicenza, che è stato ristampato in bella veste tipografica a cura di Fulvio Filo Schiavoni, con una succosa introduzione di Giuseppe Sirsi, arricchito da una rara iconografia di foto d'epoca.
Il libro è uno spaccato di vita paesano (il colera è solo un pretesto), con gustosi bozzetti di personaggi e situazioni, ritratti con pertinenza impressionante ed una verve che ha pochi precedenti nella letteratura meridionale del tempo. Il libro ha bisogno di uno studio e di una esplicazione non marginale, che ci riserviamo di fare in altro momento. Ma torniamo al colera del 1886. A Manduria, su 536 ammalati, vi furono 146 decessi. I morti nel Tarantino furono poco meno di 500 nella zona di Lecce circa 250, nel circondario di Brindisi più di 1500. Nel 1893 l'ondata di colera, che provocò circa 3000 morti, fece registrare in Puglia solo due casi, nella zona di Bari. Purtroppo, invece, l'ultima epidemia del 1910‑11 colpì prevalentemente la Puglia, che costituì ancora una volta la porta d'ingresso della malattia, a causa di una tribù di zingari che erano approdati nell'estate del 1910 a Brindisi, dopo aver attraversato il Caucaso e l'Europa orientale. Dopo Trani, Andria, Corato, Bitonto, il male dilagò in Capitanata e nella provincia di Lecce. Nel circondano di Taranto si segnalarono casi a Ginosa, a Castellaneta, ma la situazione più grave si registrò a Massafra, dove l'epidemia, manifestatasi sin dall'ottobre 1910, perdurò con alterne vicende sino all'estate dell'anno successivo, con una recrudescenza nei mesi caldi di luglio e di agosto, per spegnersi, come di consueto, con le prime avvisaglie dell'autunno.
Le più rigide disposizioni igienico‑sanitarie emanate dalle autorità, l'istituzione di appositi luoghi di ricovero per isolare i colerosi, i famigerati "lazzaretti", la sfiducia perdurante nei medici e nelle medicine, provocarono disordini in molti paesi meridionali, frutto del malessere sociale, della diffidenza nei confronti della classe dirigente, dell'ignoranza. A Ostuni, in Calabria, nel Capo di Lecce, ma specialmente a Massafra scoppiarono rivolte che portarono all'incendio del lazzaretto e alla "liberazione" dei colerosi. Un'azione catartica, di nessuna utilità da un punto di vista sanitario: ma secondo la voce popolare avrebbe segnato la fine del colera. Era il settembre 1911. Le fiamme dei lazzaretti, l'arresto dei facinorosi, i soliti riconoscimenti e gli encomi a coloro che s'erano prodigati, talvolta inutilmente, per arrestare la violenza del male, segnarono l'epilogo della lunga travagliata vicenda del colera in Puglia. La storia del colera non è solo la storia di una malattia, se pur terribile e mortale. E la storia di un'epoca e di una società: vista in trasparenza, è la storia dell'Europa dell'800 in profonda trasformazione economica e sociale, con la sua ansia di progresso, con le sue insufficienze e miserie, con le disuguaglianze di fronte alle malattie e persino alla morte, con i fantasmi emergenti del passato e le tante speranze per un miglior futuro.
Galeotto fu il soldato Piccione che tra noi importò il «cholera».
Un libro-racconto tra cronaca e maldicenza
di Nando Perrone in: “Gazzetta del Mezzogiorno”, 26 agosto 1997
Più di un secolo fa (precisamente nel 1886), in piena estate (dal 29 giugno al 18 luglio la fase più acuta), Manduria fu colpita da un'epidemia di colera. Il morbo fu probabilmente trasmesso in città da un tal Giuseppe Piccione, «soldato che ritornava da Bologna e pernottò in Ancona, la dove era di passaggio: esso fu il primo a soffrire in Manduria di colera».
In quel periodo un giovane avvocato manduriano, Carmelo Schiavoni, figlio di Nicola, il notissimo patriota protagonista dei moti del '48 nel Salento, organizza «con risolutezza la cucina economica per la distribuzione di razioni alimentari agli indigenti: tale distribuzione (326 razioni per 44 giorni) avrebbe contribuito al contenimento dell'epidemia e al suo arretramento. Viene così individuata una delle cause del diffondersi del colera, e cioè la denutrizione dovuta alla povertà e all'indigenza. Svanita l'epidemia, Carmelo Schiavoni scrive un libro di “cronaca e maldicenza” per raccogliere fondi a pro degli orfani dei colerosi».
Furono vendute ben 133 copie del libro (una quantità rilevante rispetto al grado di alfabetizzazione ed al numero di abitanti dell'epoca). che uscì anonimo: il ricavato (400 lire) fu devoluto ad otto orfanelle del colera.
A distanza (di oltre cento anni, l'editore Fulvio Filo Schiavoni (già autore dell'eccellente Manduria in immagini e documenti fra '800 e '900) ha voluto ristampare il libro, intitolato Il Cholera a Manduria - Cronaca e maldicenza. Il volume, che sarà presentato stasera, alle ore 20, presso il Circolo Cittadino di Campomarino (interverranno. oltre all'editore, Gianni Jacovelli e Tommaso Schiavoni), è arricchito da una interessante e minuziosa introduzione di Giuseppe Sirsi e contiene delle note di Michele Greco.