Fonte pliniano, un mistero giunto fino ai nostri giorni

 

di Dino Levante in: “Quotidiano”, 4 gennaio 1997

 

Michele Greco, Gianni Jacovelli e Bianca Tragni sono gli autori del volume Lu Scegnu ritrovato. Il Fonte pliniano in tre conferenze pubblicato dalla Tiemme di Manduria (pp.80, s,i.p.) che va ad aggiungersi a Manduria in immagini e documenti fra '800 e '900 curato da Fulvio Filo-Schiavoni e Mario Annoscia. Entrambi i libri rientrano in un piano di riappropriazione storico-documentaria attraverso il recupero e la diffusione di testi e illustrazioni della cultura e del passato della città messapica. "Lu Scegnu" ha fatto seguitò alla riapertura al pubblico del Fonte pliniano, ricordato da Plinio il Vecchio nelle pagine dedicate ai miracula, cioè i fenomeni speciali, nella sua Naturalis Historia, e da Boccaccio che ne parla nel suo De montibus.

Il Fonte porta con sé un alone di mistero; a cominciare dal nome "Scegnu". Alcuni studiosi ne hanno fatto derivare l'origine da sceket, sceka, attinger acqua (canale). Altri hanno affermato che esso proviene da sca-bel, scebel, in latino è ingenium, cioè artificio, meccanismo. Ma da ingenium viene ngegna, ngegnù, non scegna o scegnu. Altri ancora hanno collegato il nome a tale Eugenio, un ingegnere che avrebbe ideato e costruito la vasca. Infine qualcuno ha pensato di far derivare  l’etimo da sscennu, scendo (nella grotta). Resta la magia di un luogo sul quale storici, archeologi, fisici e idrologi si sono sbizzarriti a formulare ipotesi per spiegare il fenomeno scientificamente. La tradizione voleva che al Fonte fossero legati tesori nascosti, vergini messapiche, leggendari condottieri.




Sacre acque della grande madre.

La suggestiva storia del Fonte Pliniane di Manduria che per secoli ha suscitato l’interesse di studiosi e ricercatori

 

di Rina Durante in: “Quotidiano”, 15 ottobre 1996

 

Dopo adeguata risistemazione dell'interno e restauro del sito adiacente, è tornato alla fruizione pubblica il celebre Fonte Pliniano di Manduria. Ci sono voluti secoli, ma finalmente chi abbia curiosità di visitare il Fonte, può accedervi agevolmente (lunedì, mercoledì e venerdì dalle ore 10 alle 13; martedì, giovedì e sabato dalle 14.30 alle 17.30), senza rischiare di rompersi il collo o di impantanarsi fra ragnatele e nauseabonde esalazioni di rifiuti d'ogni genere. Fino a qualche tempo fa, così si presentava, al temerario visitatore, il Fonte, non meno di altri importanti monumenti del Salento lasciati all'incuria tra l'indifferenza generale degli abitanti. In genere erano gli stranieri a spingersi fino a Manduria, per visitare il Fonte o, mettiamo, a Melendugno, per vedere il dolmen "Placa". A Melendugno, c'era una famiglia che campava con le mance che i tedeschi davano al figlio, un ragazzino di dieci anni, che sapeva dove si trovava il dolmen.

Era straniero anche Plinio il Vecchio, il primo scrittore dell'antichità che scrisse del Fonte di Manduria, nel I secolo a.C. Senza quella citazione, nel capitolo 103 del II libro della Naturalis historia, probabilmente Lu scegnu, come affettuosamente lo chiamano i manduriani, sarebbe sparito, seppellito dai rifiuti e dalle erbacce. Ma Plinio aveva parlato chiaro: In Salentino, iuxta oppidum Manduriam...  e cioè, «Nel Salento, presso la città di Manduria, esiste una polla, che, sia quando l'acqua affluisce, sia quando viene tolta, non aumenta di livello, né diminuisce».

 In effetti, come ancora oggi succede, l'acqua scorre lungo un canaletto e si versa in un piccolo invaso per riprendere il suo cammino nei meandri del sottosuolo. Quale che sia il volume delle acque che transitano nell'invaso citato, mantengono sempre lo stesso livello. Non è difficile dare una spiegazione di questo fenomeno: qualunque "pozzaro", scavatore di pozzi, sa che per ottenere acque limpide, occorre scavare un pozzetto di decantazione, naturalmente osservando alcune regole.

 Di questo avviso è anche Michele Greco, uno studioso manduriano che ha dedicato pazienti ricerche al Fonte, la cui ultima conferenza è stata pubblicata nel volume Lu scegnu ritrovato, presentato da Fulvio Filo Schiavoni, ricercatore a sua volta. Anzi, sarebbe più giusto dire, ricercatore per caso, dal momento che, come ci ha confidato, è diventato ricercatore per colpa di un topolino.

Un giorno è salito in soffitta per cercare non so quale oggetto, quando ha visto sfrecciare un topolino. Durante la caccia, si é imbattuto in una cassa di cui non aveva prima notato l'esistenza.

Incuriosito, l'ha aperta e ha trovato un mare di documenti, studi, testimonianze, reperti storici riguardanti Manduria, appartenuti a uno studioso locale, suo avo. Tanto é bastato perché Fulvio Filo Schiavoni, si convertisse alla ricerca storica. Ma si sa che le vie della ricerca sono infinite. Filo Schiavoni ha pubblicato un volume, dal titolo Manduria in immagini e documenti fra '800 e ‘900, (Tiemme editore 1994), in cui si rivaluta la tesi del leccese O.G. Costa; la prima ad avere carattere scientifico (nell'800, il Costa insegnava zoologia all'Accademia Pontaniana di Napoli), secondo la quale il Fonte altro non è che una grande opera dí ingegneria idraulica.

Ma torniamo a Plinio. Il grande erudito latino considerò il Fonte, un prodigio di natura e lo annoverò fra i miracula. Da allora il destino del Fonte è stato segnato. Un destino di celebrità, come attesta il numero degli autori che in seguito se ne occuparono : dal Boccaccio al Bruni, dal Casotti al De Giorgi, dal Keppel al Gigli, al PaceIli, Nissen, Ribezzo, Ross, Saracino, Vacca, Swinburne e tanti ancora. Che cosa attraeva di questo Fonte? Il suo carattere sacro probabilmente: il culto delle acque, così diffuso nel Salento antico, come nell'intero bacino mediterraneo, fece del Fonte un luogo di devozione, meta di pellegrinaggi.

La sua stessa conformazione, al fondo di una grotta per metà naturale e per metà modellata dall'uomo raggiungibile percorrendo una scalinata piuttosto ripida e la presenza di stalattiti, contribuivano a creare un'atmosfera suggestiva. Infine, era diffusa la convinzione che l'acqua del Fonte fosse curativa.

Molte leggende fiorirono intorno ad esso: fu qui che i guerrieri messapi attinsero con l'acqua salutare i! vigore per affrontare i nemici tarantini e sempre qui si diresse il corteo di vergini vestite di bianco e degli stessi guerrieri tornati vincitori. Si narra che Archidamo di Sparta, venuto a combattere in difesa dei tarantini, cadde alle porte di Manduria. Richiesto di consegnare il ca­davere in cambio di un riscatto, i messapi rifiutarono, ma in compenso seppellirono il condottiero in una tomba sontuosa che non fu più ritrovata.

Una leggenda narra ancora di Annibale che, dopo aver tentato inutilmente di prendere Manduria, convinto che gli abitanti traessero energia dal Fonte, decise di scavare 100 pozzi per cercare di raggiungerlo. Ciò spiegherebbe la presenza di tanti altri pozzi nel territorio di Manduria, che gli antichi denominarono "li pozzi" e i resti di scavi nel tufo, che gli abitanti chiamano "Padiglioni di Annibale".

Vere o leggendarie, queste storie dovettero alimentare il mito del Fonte Pliniano, al punto che l'Abate di Saint‑Non, affrontò nel '700 il lungo viaggio fino a Manduria, per visitarlo, donandoci una delle più complete e suggestive riproduzioni del luogo che insieme alle mura antiche costituisce a ragione la principale attrazione culturale e turistica della città messapica.




Il Fonte Pliniano tra storia e leggenda

 

di Salvatore Fischetti in: “Nuovo dialogo”, 14 giugno 1996

 

Più di un secolo fa, Giuseppe Gigli mentre faceva eseguire lavori in un terreno di sua proprietà, nelle vicinanze del celebre Fonte di Manduria, fu chiamato in disparte da diversi contadini. «Mi dissero ‑ scrive il Gigli ‑ che c'era un gran pozzo, il quale aveva segrete e sotterranee comunicazioni col fonte e in quel pozzo c'era un gran tesoro, costituito da una grande chioccia con dodici pulcini, tutti di oro massiccio, e pesantissimi. Che su ciò non doveva io aver nessuno dubbio, avendolo essi appreso quando eran fanciulli dai loro padri. Però per ritrovare il tesoro, c'era bisogno che io sgozzassi sul pozzo un bambino o una bambina di non più di cinque anni, oppure in altro modo, dovessi cercare una donna incinta, la quale per tutto il tempo della escavazione dovesse sostenere sul seno scoperto un serpe, che al momento della preziosa scoperta del tesoro sarebbe all'improvviso e per incanto sparito». Inutile dire che il Gigli non ascoltò quei contadini, ma a riscontro di tale credenza citava una leggenda che aveva letto in un'antica cronaca manoscritta, redatta da un ignoto frate, «secondo la quale, ai tempi messapici, una regina, disperata per le subite sconfitte, si precipitò con tutti i suoi tesori in un pozzo, sito presso il fonte».

Alle leggende sorte intorno al Fonte fece riferimento anche il dott. Michele Greco in una sua conferenza su "Del Genio in riva...”- Lu Scegnu, tenutasi circa quarant'anni fa al Circolo cittadino che poi ne curò e sostenne la stampa e ora, a distanza di tanti anni, opportunamente ristampata nel volume Lu Scegnu ritrovato ‑ il Fonte Pliniano in tre conferenze, sempre ad iniziativa del Circolo cittadino e per conto del suo presidente pro tempore, Fulvio Filo Schiavoni.

Oltre alla riedizione della citata conferenza del Greco, l'elegante volumetto raccoglie due altri interessanti contributi: Il Fonte Pliniano: un mistero da chiarire di Gianni Jacovelli e Il Fonte Pliniano tra cultura, divulgazione e turismo di Bianca Tragni.

La pubblicazione in appoggio alla campagna per il recupero del Fonte Pliniano non poteva essere che iniziativa del locale Circolo cittadino, visto che più di un secolo fa tra proprio "lu Scegnu" lo stemma del sodalizio, a quel tempo denominato “Circolo dell'Ordine".

"Lu Scegnu" rappresenta l'emblema civico di Manduria a motivo della sacralità, dell'imponenza, dell'importanza del luogo, sin da tempi immemorabili, imprecisati.

A condurci tra i misteri e le meraviglie del Fonte, attraverso un condensato ma efficace excursus, è proprio il dott. Greco il quale nulla trascura per offrirci tutte le notizie conosciute, da quelle storico‑letterarie, iconografiche e poetiche, a quelle della fertilissima tradizione orale e delle leggende. Ricorda, ad esempio, l'oscura etimologia di Scegnu. Nella incertezza delle tesi, egli ricorre alla più bella e forse più aderente delle etimologie, quella poetica che ‑ facendo derivare Scegnu da 'Genio' ‑ ci porta direttamente all'idea poetica espressa dai due poeti manduriani del Seicento, Antonio Bruni e Ferdinando Donno. Sulle leggende il Greco si sofferma in alcune pagine del suo saggio e ci parla, tra l'altro, della chioccia e dei pulcini d'oro riposti nel sacrario accanto al Fonte, quale parte dell'ingente bottino delle vittoriose battaglie dei Messapi, mai più ritrovato, sul quale vigilava la grande Cerva Regia tutta bianca, animale totemico. Inoltre, ci parla del giovane Pirro che, venendo in aiuto ai Tarantini, allora alleati con i Messapi contro la potenza romana, avrebbe recuperato le sue forze bagnandosi nel Fonte e bevendo le sue acque salutari.

Circa le virtù medicali delle acque, che sembra fossero efficaci nella cura del delirio melanconico proprio del tarantismo, tanto si è scritto nei secoli passati. Tale funzione taumaturgica ricondurrebbe alla origine sacrale del Fonte, così da far ipotizzare a Gianni Jacovelli la eventualità che esso possa essere stato in età pre-cristiana un asclepieio, cioé un santuario dedicato al dio Asclepio o ad altra divinità medicale come gli altri costruiti in luogo salubre e ameno, solitamente accanto a un bosco o ad una fonte di acqua perenne, dove i malati si recavano per impetrare i favori del dio e riottenere il dono della salute.

La miracolosità delle acque, in età cristiana, era ed è spesso in relazione con il culto della Madonna o dei santi taumaturghi. Per restare sempre a Manduria, bisogna dire che aveva una funzione certamente rituale la vasca posta in un ambiente sotterraneo, sotto la cappella della Madonna della Misericordia, adiacente all'antro del Fonte, dove «la tradizione popolare fa svolgere un curioso rito delle acque, legato al mondo dei presagi e delle divinazioni».

Ma dopo tanto scoprire, conoscere, scavare, anche in prospettiva archeologica, nella storia del Fonte, per Bianca Tragni il mistero rimane tale, in quanto occorrerebbe anche cogliere o riappropriarsi dell'esserci del monumento, della sua presenza hic et nunc in mezzo alla gente. Ecco allora, da parte della studiosa altamurana, l'invio di input, nei quali scorrono vive non solo informazioni ma principalmente emozioni di carattere culturale, e l'invito a proseguire le indagini a tutto campo, a scavare nella storia del Fonte.




Fonte pliniano. Un pozzo pieno di misteri

 

di Michele Cristallo in: “Gazzetta del Mezzogiorno”, 25 marzo 1996

 

«Presso i popoli salentini, nelle vicinanze della città di Manduria vi è un lago pieno sino all'orlo che né diminuisce né aumenta se le acque vengono sottratte o aggiunte»: così Pli­nio il Vecchio nella sua monumentale Naturalis Historia nella parte in cui parla di fenomeni speciali, i cosiddetti rniracula. La suggestione del luogo qualche secolo dopo impressionò an­che Giovanni Boccaccio che descrive il fenomeno nell'operetta di divulga­zione scientifica De montibus. Da Boc­caccio in poi, storici, archeologi, fisici, medici, idrologi, a centinaia si sono impegnati a studiare, a formulare ipo­tesi, a cercare una spiegazione scientifica al fenomeno.

Il mistero del Fonte di Plinio, o più semplicemente «lu Scegnu» per il po­polo di Manduria, è ancora vivo oggi. Ed è stato rispolverato in occasione della riapertura al pubblico del Fonte con una pubblicazione a cura del cir­colo cittadino di Manduria che ripro­pone la conferenza che il medico-uma­nista Michele Greco tenne nel febbra­io del 1957 sull'affascinante tema al quale aveva dedicato approfonditi stu­di. Per ricordare la memoria, la pub­blicazione raccoglie anche le conver­sazioni di Giovanni Jacovelli e Bianca Tragni a Manduria nell'ottobre scor­so.

«Lu Scegnu» dunque. Tutto è mi­stero, a cominciare dalla etimologia, intorno alla quale si sono cimentati fior di studiosi e glottologi. La più ac­cettabile, come osserva il Greco, appa­re quella di due poeti manduriani del Seicen­to, Antonio Bruni e Ferdinando Donno che traducono «Scegnu» in «Genio» attribuendo al luogo quella sacralità che per secoli alimenterà suggestioni e leggende. Il «Genio» sacro che è pro­prio - scrive Greco - «il dio che in questo luogo e sopra questo luogo veglia eternamente con provvido amore».

Ebbene, questo fenomeno che «dà maraviglia a chi da rimote e straniere terre corre a veder cosa sì degna», co­me scriveva il Donno nel Seicento, ha alimentato una serie di leggende che hanno per protagonisti vergini messapiche e chiocciole d'oro, tesori nasco­sti e leggendari condottieri. Presso il Fonte il giovane Pirro, in procinto di sconfiggere i Romani, avrebbe recupe­rato le forze bagnandosi e bevendone le acque. La tradizione, infatti, attri­buisce all’ acqua dello «Scegnu» virtù terapeutiche. Il famoso incisore Cha­stelet, che partecipava alla spedizione dell'abate francese di Saint-Non in Puglia verso la fine del Settecento, nella veduta del Fonte pliniano, non a caso incluse anche un gruppo di persone che conducevano un infermo in barel­la, a sottolineare l'antica convinzione che l'acqua di quel luogo fosse in gra­do di guarire ogni malattia.

Nello stesso periodo un medico di Manduria, Salvatore Pasanisi, nel Saggio chimico- medico sull'acqua mi­nerale di Manduria scriveva che «lu Scegnu», con le sue acque rappresen­tava una efficace alternativa alla cor­teccia di china per la cura delle febbri recidive, delle ostruzioni glandorali e viscerali, dell'itterizia e, addirittura, del tarantismo.

Come si vede, un patrimonio di storia, leggende, tradizioni, notevole che, come suggerisce Bianca Tragni, può essere oggetto di divulgazione culturale e valorizzazione turistica. Ne deriva l'opportunità di un esame chimico-farmacologico delle acque per valorizzarne le eventuali qualità terapeutiche, ma soprattutto una intelligente utilizzazione di quel luogo per farne un bene turistico produttivo, sfruttandone la carica di suggestione che ancora oggi quel misterioso luogo sprigiona.

Lu Scegnu ritrovato è il titolo della pubblicazione: per sottolineare il recupero di una fetta di storia e di cultura nanduriana.




Una nuova ricerca sul “Fonte pliniano”.

Il libro dal titolo Lu Scegnu ritrovato nasce dal lavoro a più mani di Michele Greco, Gianni Jacovelli e Bianca Tragni sul monumento simbolo di Manduria

 

di Nicola Luigi Massari in: “Corriere del Giorno”, 8 febbraio 1996

 

Lu Scegnu ritrovato, (Il Fonte Pliniano ritrovato), in tre conferenze di Michele Greco, Gianni Jacovelli e Bianca Tragni.

Questo il volume che sa­bato 10 febbraio alle ore 18 30 sarà presentato nella sede del locale Circolo Cit­tadino (ove le attività cul­turali iniziano a fare capolino, probabilmente gra­zie all'interesse dell'ottimo presidente pro tempore). La presentazione del libro è sta­ta affidata al prof. Luigi Marseglia docente all'università degli Studi di Bari.

E da notare che il Fonte di Manduria, aperto ai cittadini nel periodo della attuale giunta Pecoraro, è oggetto di mostre, convegni, attività letterarie, presepi, concerti; insomma una miriade di ini­ziative socio-culturali, alle quali i cittadini manduriani erano da tempo ormai di­sabituati e che oggi pian pianino ritornano in auge. I1 Fonte Pliniano, dialettal­mente denominato Scegnu (vocabolo del significato oscuro, con tutta probabi­lità, riveniente dalla non ancora completamente deci­frata lingua Messapica),  è chiamato Pliniano perchè il poeta latino Plinio il Vecchio, nella sua Storia Naturale, per primo si accorse che il livello dell'acqua del Fonte era sempre costante pur se ne fuoriusciva tanta; si dice anche sia stato un altare pagano, dove i Mes­sapi facevano i loro sacrifici agli dei. Si tratta di una caverna sottoterra di una de­cina di metri di altezza e di una ventina di diametro, alla quale di accede scendendo una ventina di scalini sca­vati nel sasso. Al termine della discesa, è possibile ammirare il Fonte nel centro della grotta, una costruzione muraria di forma circolare, accanto  alla quale si trova una vasca, che in passato un sistema di vasi comunicanti (o forse la natura carsica del  terreno), manteneva sempre piena d acqua. All’interno del Fonte, illuminato dalla ampia scalinata e da un lu­cernario nella volta, è possibile ammirare un mandor­lo sempre presente (viene periodicamente sostituito), considerato il simbolo sempre vivente della, città.

Alla grotta sono legate parecchie leggende cittadi­ne: sembra che ai rami del mandorlo i soldati messapici, dopo ogni battaglia vinta, appendessero delle mandorle d'oro, in segno di ringraziamento e di giubilo; un'ultra leggenda, racconta di una chioccia dai pulcini d’oro, frutto di una di una vittoria sui Tarentini, nascosta nella Grotta e sorvegliata conti­nuamente da una Cerva sa­cra., di certo, fu al Fonte Pliniano che Annibale ri­corse per rifornire le sue truppe durante l'assedio di Quinto Fabio Massimo il temporeggiatore alla città, che poi si concluse con la sua resa. Il Fonte Pliniano è anche lo stemma della città, .ma sicuramente molto di più ne sapremo sul Fronte se leggeremo il libro: che sabato  prossimo. sarà presentato.




Il mistero dello «Scegnu» di Manduria.

Tanti interrogativi sul mitico Fonte Pliniano

 

di Bianca Tragni in: “Contrappunti”, febbraio 1996

 

Il sasso nello stagno lo lanciammo quasi cinque anni fa quando, in una inchiesta sui monumenti misteriosi di Puglia, parlammo del Fonte Pliniano di Manduria (Taranto) come di una grotta spenta, in cui l'acqua perenne sgorgava come un pianto.

Ché di una grotta si tratta, enorme, suggestiva, con una polla d'acqua sorgiva che, sin dal tempo lei Messapi, sgorga dalla roccia per dissetare, guarire, rinforzare, sacralizzare, identificare un popolo. Rinvangando tutta la storia e il mito che, in più di duemila anni, si è aggrumato in questo luogo magico, ne auspicavamo l'apertura al pubblico, per renderne fruibile tutta la cultura di cui è portatore.

Ebbene da allora qualcosa si è mosso, fra intellettuali e potere: lavori di restauro, sia pur parziali, hanno reso accessibile il luogo, chiuso e abbandonato da decenni; un progetto culturale dell'Associazione Portomand (di cui questo giornale ha già dato notizia) lo ha animato di opere d'arte noderna; una serie di conferenze promosse dall'Amministrazione Comunale ha arricchito le ceri­monie dell'inaugurazione di buoni momenti di rif­lessione collettiva; un libro è stato pubblicato dalla TM di Manduria per iniziativa del Circolo Cittadino e del suo presidente Fulvio Filo-Schiavoni.

Ed è questa pubblicazione (Greco - Jacovelli - Tragni, Lu Scegnu ritrovato, il Fonte pliniano in tre bonferenze, pp. 80, Manduria dicembre 1995) che vogliamo segnalare oggi ai lettori per invogliarli ad addentrarsi in quell'appassionante mistero che anc­ora permane: sul nome (cosa vuol dire «scegnu»? parola messapica, latina, dialettale? significa ingegno, genio, ghenos?); sull'acqua (donde viene? dove va a finire? quali sostanze contiene? è davvero miracolosa?) sul mito (era luogo sacro e magico? perché dava forza e vittoria ai guerrieri? e cos'era la cervarezza che ne custodiva il tesoro? e perché quel mandorlo perenne cui si appendevano mandorle d'oro?); sulla storia (dov'è la tomba di Archidamo re di Sparta, sconfitto e ucciso dai Messapi e sepolto nello Scegnu? e Annibale perché, pur scavando cento pozzi, non riuscì a captare la fonte e quindi ad assetare e sconfiggere i manduriani? e Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, il vincitore romano, perché fu tanto crudele da deportare schiavi migliaia di prigionieri e da trafugare a Roma tutto il favoloso tesoro dello Scegnu? e Plinio il Vecchio perché dette la fama a questo luogo, citandolo nella sua Historia Naturalis, dopo che i suoi Romani lo avevano profanato e ucciso?).

Tutti questi interrogativi conferiscono una nuova vitalità all'antico Fonte, dicono che la sua partita con la storia non è ancora chiusa. Anzi si riapre nel terzo millennio.

Se si imposterà una campagna politico-culturale giusta, per quanto lunga e difficile possa essere come una guerra messapica; se si avvierà un programma di interventi articolati, raccogliendo tutte le sinergie possibili sul territorio, come è suggerito in una delle conferenze pubblicate nel bel volume, lunga vita aspetta ancora questo monumento. Una vita capace di dare ancora forza e vittoria, cioè fama, benessere e civiltà alla città di Manduria.




Il Fonte Pliniano e l’acqua che guariva dal “delirio melanconico”

 

di Gianni Iacovelli in: “Corriere del Giorno”, 19 ottobre 1995

 

Plinio il Vecchio, nel I sec. d. C., nel libro II della sua monumentale opera Naturalis historia, una sorta di en­ciclopedia delle scienze na­turali, tra i vari miracula che riguardavano le acque, citava il Fonte di Manduria: una pozza di acqua sorgiva (la­cus) situata al centro di un ambiente ipogeo, che aveva la caratteristica di non mutare mai di livello, sia che au­mentasse, sia che diminuisse l'apporto liquido.

Oggi il miracolo di Plinio non c'è più: eppure un filo d'acqua scorre ancora nella vaschetta di raccolta ai piedi del vecchio pozzo ormai asciutto, situato al centro della grande grotta semicirco­lare alla periferia della città.

La voce popolare ha sem­pre indicato questo singolare monumento come lu scegnu, un termine del tutto simile a ‘ngegna o ‘ngegnu, che in dialetto significa: "noria, meccanismo idraulico per tirare su l'acqua dai pozzi".

Sulla origine della voce scegnu si sono sbizzarriti gli studiosi locali: lo han fatto derivare da una o più radici ebraiche, dall'antico dialetto osco-messapico, o dalla pa­rola latina ingenium, con il significato di "meccanismo costruito con artificio e in­gegnosità".

Quest'ultima definizione ebbe molta fortuna in età rinascimentale, in quel secolo d'oro per la storia e la cultura di Manduria che fu il 1500, quando non solo la ripresa produttiva e l'incre­mento demografico, ma an­che il lustro delle antiche memorie, servirono allo svi­luppo economico-sociale della città, la quale annoverò fra i suoi feudatari, quasi in successione, due personaggi emblematici e, se pure in opposti versanti, indicativi di un'epoca: l'umanista ed ere­tico Giovanni Bernardino Bonifacio, esule e ramingo per tutta l'Europa per motivi di religione, ed il cardinale Carlo Borromeo, animatore instancabile del Concilio di Trento, espressione più pura dell'intransigenza morale e dello spirito di carità della Controriforma.

In questa fortunosa età, che dette valore ai simboli antiquari con le "imprese" e gli emblemi, nacque lo stem­ma civico di Manduria, una vasca circolare rappresentan­te il Fonte era sormontata da un albero e affiancato dalla sigla F.M. (Fons Manduriae). La prima rappresen­tazione di questo stemma sul frontespizio del Librone Ma­gno delle famiglie notabili, istituito a fine '500 dall'ar­ciprete Lupo Donato Bruno. Un'altra raffigurazione sul pergamo ligneo della Chiesa Matrice, datato 1608.

I due poeti manduriani An­tonio Bruni e Ferdinando Donno, vissuti nella prima metà del '600 lontano dalla loro città, fecero risaltare, nelle loro poesie, l'apparte­nenza ad una, terra che possedeva un'opera così "geniale"  (“del Genio in riva”, poetava Bruni, mentre il Donno definiva il Fonte: "il Genial Cristallo"), un'opera tanto fa­mosa da essere ricordata e celebrata dagli antichi Autori: difatti, oltre che Plinio, ne aveva parlato persino Boccaccio in una sua ope­retta di divulgazione scien­tifica.

Ma lu scegnu non ha ec­citato solamente l'ispirazione del poeti (altri ve ne saranno dopo il Bruni e il Donno) e la curiosità di viaggiatori e di intellettuali. Ha anche stimolato l' immaginario collettivo, la fantasia popolare, che at­torno alla suggestione del luogo e al mistero delle origini ha costruito favole e leggende.

Le mandorle d'oro che le vergini messapiche appendevano all'albero del Fonte, quando i loro congiunti tor­navano vittoriosi dalla bat­taglia. La chioccia d'oro con i suoi pulcini, meraviglioso bottino di guerra, seppellita sotto il Fonte e mai più ri­trovata. La "cervarezza", o, italianizzato, cerva regia, una statua di marmo, posta al centro della piazza, ricordo, forse, di antichi culti tote­mici, che custodiva il sacro tesoro della città.

Nei pressi del Fonte fu sepolto Archidamo, re di Sparta, ucciso in battaglia sotto le mura di Manduria, in una delle guerre ricorrenti dei Messapi contro i Tarantini. E Pirro, il giovane re dell'Epiro, che riuscì a sconfiggere i Romani, recuperava, le sue forze bagnandosi nel Fonte e bevendo le sue  acque sa­lutari.

Quest' acqua ha avuto sempre, nella tradizione po­polare e nelle elucubrazioni dei dotti, poteri medicinali. Andrea Bacci, archiatra di Sisto V, nel suo libro De Thermis, stampato per la pri­ma volta a Venezia nel 1571, riteneva che la singolare at­tività corroborante e ricosti­tuente provenisse a queste acque dal passaggio attra­verso nientemeno che una miniera d'oro. Due secoli piú tardi il medico manduriano Salvatore Pasanisi, nel suo Saggio chimico-medico sull'acqua minerale di Manduria, affrontò il problema con spirito razionale e me­todologia scientifica. In con­clusione del suo studio, af­fermava che tale acqua si poteva utilmente usare nelle febbri ricorrenti, nelle costi­pazioni, nelle malattie itte­riche, nelle idropisie e nel tarantismo, considerato allo­ra (siamo in pieno clima illuminista!) una forma di "de­lirio melanconico".

Una conferma dell'attività terapeutica di quest'acqua in una celebre incisione settecentesca, tratta dal Saint-Non, in cui compare un malato condotto in ba­rella, giù per le scale, sino al fondo della grotta. Ma la fun­zione medicinale del Fonte è persistita sino ai giorni nostri. E' morto qualche decennio fa un vecchio medico mandu­riano, tonn' Atolfo Filotico, che prescriveva ai suoi pazienti sistematicamente, l'acqua del Fonte per le ma­lattie dei reni, della vescica e della prostata, ma specialmente nel casi d'impotenza.

Tutta una tradizione di stu­di attribuisce al Fonte un' origine sacrale, legata pro­prio alle funzioni taumatur­giche delle sue acque.

Nei primi anni dell'800 il medico Gregorio Schiavone e il canonico Giuseppe Pa­celli si interessarono del Fonte. Lo stesso Pacelli, che fu geografo insigne (compilò per l'arcivescovo di Taranto l'Atlante Sallenitino), effet­tuò un "grande scavo" attorno alla vasca con il ritrovamento di alcuni cadaveri, che, nell'ipotesi che l'antro fosse sta­to un Tempio, un Oracolo o un Ninfeo, vennero inter­pretati come cadaveri di sa­cerdoti.

Ne1 1800 studiarono il Fonte  il de Tommasi, il na­turalista Oronzo Gabriele Costa, il Lopiccoli, e, in que­sto secolo, Carlo e Giam­battista Arnò, Ciro Drago, Michele Greco: quest'ultimo fu medico e bibliotecario della Biblioteca "Marco Gatti" di Manduria, oltre che attento studioso di storia locale.

Due anni fa la Soprinten­denza Archeologica ha com­piuto un'opera di consolida-mento e di sistemazione del Fonte, nell'ambito di un più vasto progetto di Parco Ar­cheologico, per il recupero culturale e sociale del mo­numento e della zona. Gli scavi, o meglio i saggi di scavo, non hanno dato ri­sultati indicativi, per le ine­vitabili, modificazioni dell'ambiente e la frequentazio­ne continuativa, millenaria del sito. Tra il materiale di risulta, sono stati ritrovati re­perti che si fanno risalire al periodo arcaico (VI sec. a.C.).

Oggi l'Amministrazione Comunale, in collaborazione con il Centro di Promozione Culturale Portomand, ha at­tivato una serie di manife­stazioni che hanno come ti­tolo significativo: Il Fonte ritrovato, attribuendo giu­stamente al Fonte pliniano, e alla simbologia che esso sot­tende, una funzione di sti­molo culturale, di aggrega­zione comunitaria, di richiamo turistico.



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