Manduria rivive un po’ del suo glorioso passato.
Immagini e documenti inediti offrono uno spaccato suggestivo della città di una volta
di Dino Levante in: “Nuovo dialogo”, 3 febbraio 1995
Sei anni fa Manduria ha festeggiato, con opportune celebrazioni, il bicentenario della restituita denominazione attuale dell'antica Casalnuovo usata sino al 1789.
Fu quella una prima evidente dimostrazione del maggiore interesse verso la storia del centro tarantino, derivante da un nuovo impulso che, attraverso la cultura, si vuole dare al futuro della città, stimolo diretto anche verso le istituzioni pubbliche.
Sulla stessa scia si inserisce ora il recente libro di Fulvio Filo Schiavoni e Mario Annoscia, "...tra i segni di tanta vita e di tanta storia. Manduria in immagini e documenti fra `800 e `900 (Tiemme Editrice, Manduria 1994, pp. 214).
Aprendo il volume si ha l'impressione di trovarsi di fronte al baule di un' anziana nobildonna: tra i tanti oggetti del passato ci si imbatte nell'album di famiglia dal quale cadono, con sorpresa, petali secchi di rosa o di cedronella. Ecco, sono piccoli frammenti, segmenti della microstoria di Manduria, gelosamente conservati e dopo secoli messi dai due autori tra le mani dell'occasionale curioso. E' stato veramente un incontro fortunato quello tra Mario Annoscia, noto studioso di storia locale salentina, curatore dei testi e Fulvio Filo Schiavoni al quale si deve l'aver scovato e assemblato la ricca serie di fotografie, disegni, cartoline, materiale custodito in biblioteche e archivi pubblici e soprattutto privati, documenti sottratti alla polvere degli anni. Ai due redattori del pregevole libro (prima opera dell'azienda grafica Tiemme di Manduria che per l'occasione si presenta in veste di editrice), va il merito di aver reso possibile il reperimento e quindi la pubblicazione di tali supporti ausiliari per la storia degli ultimi due secoli manduriani, strumenti d'indagine in parte inediti e sconosciuti anche ai più attenti ricercatori.
Il volume introduce il lettore al lungo viaggio nel passato con la brillante presentazione di Rino Contessa, per oltre venticinque anni direttore della biblioteca civica "Marco Gatti", al quale molti studiosi non solo manduriani sono debitori per i suoi preziosi e continui suggerimenti. L'itinerario cronologico, il racconto per immagini inizia percorrendo le strade e tra le viuzze pare sentire le voci dei passanti, gli schiamazzi dei bimbi che giocano, dei popolani in abiti poveri ma ricchi di sobria tradizione. Dalle mura d'epoca messapica che hanno reso famosa Manduria, il lettore-visitatore viene condotto quasi per mano tra le vie e le chiese riportate in una mappa del ‘600 facendo una puntatina negli anfratti del fonte Pliniano e attraversando la città da porta S.Angelo a piazza Garibaldi, la vecchia piazza porta Grande, dalla quale si può ammirare Palazzo Imperiali-Filotico. Si giunge poi nell'antico largo Osanna trasformato, sul finire dell'800, nel giardino pubblico che si incontra percorrendo la via provinciale Lecce-Taranto. Lasciata l'area di corso XX Settembre, le vecchie immagini color seppia portano verso il borgo detto "La Porticella" proseguendo in direzione del convento francescano di S. Antonio. Si fa dunque ritorno al centro per visitare la Chiesa Madre o, come si diceva nel `600, la Collegiata Insigne, con i particolari interni ripresi anche dai famosi Fratelli Alinari nel primo decennio del nostro secolo. Durante il percorso, alcune volte ci si trova di fronte alle abitazioni di personaggi - ormai quasi del tutto dimenticati - che hanno dato il loro contributo alla storia di Manduria nobilitandola ben oltre i confini regionali.
Lo scandaglio tra i ricordi fotografici continua sino a riportare la memoria sulle immagini del territorio di S. Pietro in Bevagna con le sue zone ancora paludose del Chidro e dei Tamari. L'album non poteva non accennare alle principali attività tradizionali con le quali, nei secoli, la comunità manduriana ha espresso quella laboriosità fonte di sostenta-mento per alcuni, agiatezza e ricchezza per altri, per tutti comunque occasione per scambi economici. La vendemmia, la mietitura e i trappetti dopo la raccolta delle olive sono episodi della vita lavorativa dei nonni dei manduriani d'oggi raccontati con l'obiettivo del fotografo.
Ai "pensieri fotografici" del marchigiano Mario Carafoli è dedicata poi l'ultima sezione di questo ritorno nel passato di Manduria. Il giornalista anconetano scrisse con le sue foto pagine nitide a partire da quell'inverno del 1941 quando preferì scattare alcuni fotogrammi anziché usare in-chiostro e carta. Le fotografie che avevano costituito materiale per servizi foto-giornalistici sulla città tarantina, e pubblicate sino agli anni '50, sono state riscoperte nell'archivio della famiglia Carafoli e messe a disposizione di questa bella iniziativa editoriale dalla figlia del fotoreporter, Domizia, anche lei giornalista.
Le immagini, che raggiunsero il grande pubblico attraverso le pagine patinate dell' "Illustrazione del Popolo" e del rotocalco "Le vie d'Italia ",
sono riproposte insieme ai misurati testi didascalici del Carafoli. E' una forma di cronaca "scritta" e "ragionata" con le immagini, scelte con criterio cronologico e commentate, così come si usa fare per le lettere, carte o per i documenti d'archivio. La fotografia negli ultimi anni ha acquistato la capacità di fare storia e dunque di rientrare nell' immenso patrimonio dei beni culturali da salvaguardare adeguatamente. Questa particolare fonte per la scrittura della storia minore fa ripercorrere le trasformazioni e i mutamenti avvenuti nel corso dei decenni. Così vengono fissati alcuni ricordi, altrimenti persi per sempre, che fanno rivivere castelli, chiese, case, vie e piazze, tutto ciò che componeva il nucleo abitato dai manduriani.
L'opera, che ha richiesto un enorme sforzo nel ricercare e disporre con ordine il materiale raccolto dividendolo con metodo, si conclude con i vari riferimenti bibliografici e gli indici. Il volume, che certamente riaccenderà nei lettori la volontà di recupero degli antichi valori dei quali la città messapica fu generosa terra, colma il vuoto del "come eravamo" dei manduriani e nello stesso tempo offre la possibilità ad essi di riscoprire le proprie radici, la propria identità, la propria memoria storica. Questo primo catalogo, vero repertorio fotografico degno delle migliori raccolte bibliografiche, può essere definito un libro-confronto utile per dedurre e considerare con occhi diversi i momenti particolari e collettivi della comunità di Manduria, immagini e documenti, testimoni del passato che riescono a parlare ai lettori odierni e a quelli futuri. Essenzialmente ai più giovani tra loro perché amando sappiano anche conservare quel che è rimasto (e non è poco) dell'oro di Manduria del quale questo volume è certamente una parte significativa.
Fulvio Filo Schiavoni-Mario Annoscia, "... tra i segni di tanta vita e di tanta storia. Manduria in immagini e documenti fra `800 e `900", Tiemme Editrice, Manduria, 1994, pagg. 214.
Manduria per immagini e documenti
Di Silvano Trevisani in: Corriere del Giorno”, 11 gennaio 1995
Di solito quando si vuole dare sostegno e accrescere la dignità della storiografia locale si fa riferimento alle teorie che, attraverso "Les Annales" hanno trovato in Braudel il fautore della microstoria e della histoire événementielle, in cui si teorizza il processo storiografico come un processo globalizzante e, in certo senso utopico, che sommi "tutte" le storie e non solo i fatti decisi dai governanti.
Bene, noi non ci lasceremo suggestionare da questa teoria, che pure un senso applicativo lo avrebbe, nel soffermarci a parlare di Manduria, le cui vicende non sono certo irrilevanti nella complessiva storia della nostra regione. Ma è invece la consapevolezza del ruolo altamente culturale che la storiografia localistica sta assumendo, non solo a livello paradigmatico teorico, ma storico-sociale, a spingerci a soffermarci sul lavoro che studiosi seri portano avanti con scrupolo scientifico, professionale, ancorché fuori dagli accademismi e negli ambiti angusti della provincia.
E' certamente questo il caso della "Manduria" ritratta da Fulvio Filo Schiavoni e Mario Annoscia, in un bel volume che la Tiemme di Manduria ha realizzato, in quest'occasione, anche in
veste editoriale. Il titolo del volume, propone occhiello e sommarlo: "...tra i segni di tanta vita e di tanta storia MANDURIA in immagini e documenti fra '800 e '900". Un volume, che come puntualizza Rino Contessa nella presentazione, offre una ricostruzione documentaria che asseconda la tendenza da tempo consolidatasi di ricercare o riscoprire le proprie radici, la propria identità, la propria memoria storica.
Ebbene, il metodo proposto dai due autori è quello di analizzare “per lotti”, se così si può dire, il territorio urbano e di risalire indietro nel tempo per itinerari monografici, attraverso documenti e immagini, che sono quelle fotografiche (spesso tratte dall'archivio Alinari) o disegni e incisioni, proponendo raffronti e ipotesi interpretative.
Dopo capitoli riguardanti "Le mura messapiche" e "Il Fonte cosiddetto Pliniano", i due autori prendono in considerazione l'itinerario da Sant'Angelo a Piazza Garibaldi, col Palazzo Imperiali, l'area del Giardino pubblico, la Collegiata, per passa-re poi al territorio dì San Pietro in Bevagna.
Insomma: un insieme di piccoli saggi che ricostruiscono le vicende storico-urbane, integrando la pubblicistica locale che non è certo lacunosa, vantando una serie di saggi di tutto rispetto.
Particolarmente interessante il saggio sul Fonte Pantano che, oltre a offrire uno spaccato di storia popolare, anche attraverso la spiegazione del termine dialettale con cui il fonte viene denominato Scegnu, che potrebbe significare, come proponeva
il medico umanista salentino Michele Greco: "genio", latinamente inteso "il nume cui gli antichi attribuivano la tutela di un luogo, di una persona, di un'istituzione". Oltre a considerare e cercare di spiegare il perchè della definizione di lacus datavi da Plinio il Vecchio, alla cui citazione il fonte ha legato il proprio nome, il saggio propone una storia per immagini e documenti interpretativi, oltre a riprodurre il volumetto Illustrazione del Fonte di Manduria pubblicato, nel 1844 dal naturalista Oronzo Gabriele Costa (Alessano 1789 - Napoli 1867), che fu docente di zoologia all'Università di Napoli.
Una curiosità: il lavoro, pur licenziato nell'ottobre scorso, è riuscito a inglobare, in seconda e in terza di copertina, le due bellissime incisioni inedite del pittore svizzero Ducros, riguardanti Manduria, della cui opera, come del resto quella dei viaggiatori olandesi a lui legati, ci si augura una più adeguata considerazione.
Il racconto di Manduria
di Dino Levante in: “Il Quotidiano”, 7 gennaio 1995
Sei anni fa Manduria ha festeggiato, con opportune celebrazioni, il bicentenario della restituita denominazione attuale dall'antica Casalnuovo usata sino al 1789.
Fu quella una prima evidente dimostrazione del maggiore interesse verso la storia del centro tarantino, derivante da un nuovo impulso che, attraverso la cultura, si vuole dare al futuro della città, stimolo diretto anche verso le istituzioni pubbliche.
Sulla stessa scia si inserisce ora il recente libro fotografico di Fulvio Filo Schiavoni e Mario Annoscia, ... tra i segni di tanta vita e di tanta storia Manduria in immagini e documenti fra '800 e '900 (Tiemme Editrice, Manduria 1994, pp. 214).
Il volume introduce il lettore al lungo viaggio nel passato con la presentazione di Rino Contessa, per oltre venticinque anni direttore della biblioteca civica «Marco Gatti». Dalle mura d'epoca messapica che hanno reso famosa Manduria, il lettore-visitatore viene condotto quasi per mano tra le vie e le chiese riportate in una mappa del '600 facendo una puntatina negli anfratti del fonte Pliniano e attraversando la città da porta S. Angelo a piazza Garibaldi, la vecchia piazza porta Grande, dalla quale si può ammirare Palazzo Imperiali-Filotico. Si giunge poi nell'antico largo Osanna trasformato, sul finire dell’ 800, nel giardino pubblico che si incontra percorrendo la via provinciale Lecce-Taranto. Lasciata l'area di corso XX Settembre, le immagini color seppia portano verso il borgo detto «la Porticella» proseguendo in direzione del con-vento francescano di S. Antonio. Si fa dunque ritorno al centro per visitare la Chiesa Madre o, come si diceva nel '600, la Collegiata Insigne, con i particolari interni ripresi anche dai famosi Fratelli Alinari. Lo scandaglio tra i ricordi fotografici continua sino a riportare la memoria sulle immagini del territorio di S. Pietro in Bevagna con le zone ancora paludose del Chidro e dei Tàmari. L'album non poteva non accennare alle principali attività tradizionali con le quali, nei secoli, la comunità manduriana ha espresso quella laboriosità fonte di sostentamento per alcuni, agiatezza e ricchezza per altri, per tutti comunque occasione per scambi economici. La vendemmia, la mietitura e i trappeti dopo la raccolta delle olive sono episodi della vita lavorativa dei nonni dei mandurnani d'oggi raccontati con l'obiettivo del fotografo.
Ai «pensieri fotografici» del marchigiano Mano Carafòli è dedicata poi l'ultima sezione di questo ritorno nel passato di Manduria. Il giornalista anconetano descrisse con le sue foto pagine nitide a partire da quell'inverno del 1941 quando preferì scattare alcuni fotogrammi anziché usare inchiostro e carta. Le fotografie che avevano costituito materiale per servizi foto-giornalisci sulla città tarantina, e pubblicate sino agli anni '50, sono state riscoperte nell'archivio della famiglia Carafòli e messe a disposizione di questa iniziativa editoriale dalla figlia del fotoreporter, Domizia, anche lei giornalista.
Le immagini, che raggiunsero il grande pubblico attraverso le pagine patinate del1'«Illustrazione del Popolo» e del rotocalco «Le vie d'Italia», sono riproposte insieme ai misurati testi didascalici del Carafòli. E’ una forma di cronaca «scritta» e «ragionata» con le immagini, scelte con criterio cronologico e commentate, così come usa fare per le lettere, carte o per i documenti d'archivio.
L'opera, che ha richiesto un enorme sforzo nel ricercare e disporre con ordine il materiale raccolto dividendolo con metodo, si conclude con i vari riferimenti bibliografici e gli indici.
Le immagini e la storia.
In margine a un libro sull’«oro di Manduria»
di Luigi Marseglia in: “Cenacolo”, N.S. VII (XIX), 1995
Nel volume Manduria in immagini e documenti tra '800 e '900, apparso da poco per i tipi della Tiemme e curato da Fulvio Filo e da Mario Annoscia, una galleria d'immagini compone il tessuto della memoria secondo l'indicazione di precise scansioni tematiche. Carichi di una forte suggestione evocativa, i disegni, le foto e i documenti raccolti, eludono, per dirla con Benjamin, la volgarità dell'implicazione venale racchiusa nella referenza del «ricordo» ridotto in merce, quale è quella dell'oggetto da collezione.
A motivarne la scelta è la domanda affascinante, capziosa e pur sempre «obbligata», che l'intellettuale meridionale rivolge a un passato per lui ineludibile.
Non si tratta, per intenderci, di un'opera mirante a proporre scoperte sensazionali o peregrine destinate a far luce su argomenti ignoti. La storiografia manduriana, si sa, pur se ancor lacunosa e per molte questioni irrisolta, si avvale però di una bibliografia densa di contributi autorevoli. Si tratta peraltro di un contributo ben riuscito, anche nella veste tipografica, teso, com’è, a integrare la conoscenza di quella storia, nel modo ormai usuale secondo cui l'immagine, la fotografia, oltre che le antiche mappe e carte tradizionalmente acquisite come fonti, concorrono a farlo.
Il volume, introdotto dalla presentazione di Rino Contessa, attento e scrupoloso conoscitore della storia manduriana, esibisce nella sua struttura i caratteri della guida ragionata ai monumenti della città, in una successione di documenti corredati di schede supportate da una bibliografia pertinente, e suggerisce, nella misura in cui l'iter delle immagini lo consente, anche l'idea di una visione complessiva della storia di Manduria, come può leggersi nei monumenti, grazie alla doppia polarità del discorso storiografico che ingloba. La direttrice del tracciato iconografico rileva i momenti della ricostruzione storiografica fin dall'esordio, a partire dalla documentazione d'epoca relativa alle Mura Messapiche. Due cartigli, e cioè, la Prospettiva di Casalnovo del 1643, conservata nel Grande Archivio di Napoli, e un rilievo topografico riferito dagli autori agli anni venti di questo secolo, introducono il discorso relativo all'evoluzione urbanistica della città. A comporre invece, con attendibile prospettiva di completezza, il quadro delle disponibilità dei documenti noti, mancano - lo avverte il curatore della scheda relativa all'illustrazione documentaria delle mura -:
a) la riproduzione del disegno planimetrico eseguito dal viaggiatore olandese Dierkens con i relativi riscontri;
b) - I rilievi, da questo momento in poi, sono miei - Il disegno eseguito da Gregorio Schiavoni e riportato nel manoscritto della sua monografia su Manduria.
c) Il disegno delle mura con relativo cartiglio eseguito da Alessandro Lopiccoli e riportato nel suo Compendio Storico della città di Manduria.
d) La planimetria che correda la documentazione relativa al D. M. del 1° luglio 1932, che istituiva la zona di rispetto delle Mura Messapiche.
e) La pianta planimetrica eseguita da G. B. Amò nel 1940.
La raccolta annovera poi una serie di fotografie e di disegni d'epoca. Proposti nei fogli di risguardo, aprono e chiudono la rassegna infatti due acquerelli di Louis Ducros, un pittore valdese venuto nel Salento come voyageur nel 1778, insieme a Willem Carel Dierkens, ad altri due olandesi e a un gentiluomo inglese, che compivano il loro viaggio in Italia, in omaggio alla consuetudine che, dal secolo dei lumi in poi, in special modo, la elesse luogo prediletto dallo spirito cosmopolita che pervadeva l'Europa.
Tra le immagini che ritraggono le Mura Messapiche vi sono poi: un disegno di Carlo Amò (1879) e una foto che sembra riprodurne fedelmente la vista, tanto da render possibile la congettura che ne sia stata essa il modello. Chiudono questa prima sezione un'altra splendida foto dei primi del '900, conservata nelle carte di Giuseppe Gigli, e altre più recenti, relative al tratto del fossato e datate fino al 1958, opera di Mario Carafòli, un giornalista marchigiano anch'egli innamorato dell'«oro di Manduria».
L'interesse che rivestono i documenti raccolti nel volume, in realtà, non risiede solo nella resa testimoniale dello status dei monumenti in una certa epoca della loro storia. Questo è certo un dato importante, ma anche abbastanza scontato. Quelle foto e quei disegni si caricano di significati altri, per essere stati, essi stessi, strumenti di ricerca di studiosi quali Carlo Amò, Cosimo De Giorgi, Giuseppe Gigli o Michele Greco, per citarne alcuni: tutti, tranne l'ultimo che operò in questo secolo, attivi tra otto e novecento. Quale fosse l'interesse che due o tre generazioni di studiosi tributarono alla micro-storia in quella temperie culturale, è un dato acquisito sia dalla storiografia locale, che da quella di interesse più complessivo. Sull'onda di una ricerca fondata sul dato erudito, nella falsariga additata dal «metodo storico», l'intellighentzia della provincia - si sa - produsse allora una gran mole di materiali raccolti, inventariati e proposti in libri e in repertori o li pubblicò su riviste e fogli, apparsi e scomparsi come meteore nello smorto firmamento di quelle culture. Non si trattò, come spesso si è scritto, di una presenza sterile e attardata, in quella fase, sugli schemi di un sapere antiquario. La domanda rivolta al passato, operata con la consapevolezza della sua funzione, non è mai segno di anodino esercizio culturale fine a se stesso. Essa attesta, quasi sempre, la direttrice e il senso di un investimento non solo conoscitivo, ma anche emotivo, sul futuro, e a quella tensione correla attese, speranze, progetti.
A guardar bene, se è vero che quello sforzo segnò le forme di risposta alle incertezze del momento postunitario avvertite dalla cultura periferica, che perciò si impegnava nella ricerca di ascendenze atte a legittimare la sua presenza nella cultura nazionale, è pur vero che quell'impegno palesava anche i modi di interrogarsi sul proprio passato per conoscere e saggiare lo spessore dell'eredità che si raccoglieva, e per fondare, su quella, l'idea di possibili prospettive future.
Al di là dei significati molteplici e complessi che vengono dalla specificità degli apporti della cultura periferica postunitaria e primonovecentesca, meritevoli peraltro di una considerazione più completa ed esaustiva, giova forse fermarsi per un momento a considerare il carattere della specificità di alcuni documenti raccolti nel volume, non tanto per saggiarne il valore testimoniale, quanto piuttosto per 'storicizzarne' la funzione.
In una lettera del I maggio 1900 Giuseppe De Luca, direttore di «Natura ed Arte», successo al De Gubernatis in quell'incarico, richiedeva a Giuseppe Gigli di curare, per L'Italia Pittoresca e i suoi capolavori, la parte riguardante la Puglia e la Basilicata. «Dev'essere una descrizione brillante - scriveva don Peppino - in cui entri un po' di tutto: bellezze naturali e bellezze artistiche, un centone di storia e qualche tratto caratteristico di usi e costumi». E, quasi a rendere lustro e referenti all'impresa, aggiungeva in calce alla sua lettera: «Altri collaboratori all'Italia Pittoresca sono: S. Farina, Barrili, Ojetti, Secretani, Capuana, Fava, Menasii, Diego Angeli, Misasi, io, etc.». Il progetto però naufragò. Esso rivisse e andò a termine invece, alcuni anni dopo, a opera di Corrado Ricci, il quale in una lettera dell'aprile 1905 scriveva a Gigli, che gli aveva inviato per la stampa il secondo volume del suo Tallone d'Italia: «Otranto in massima è accettato. Anzi data la difficoltà di procurare alla mia Italia Artistica descrizioni di paesi meridionali, il suo lavoro mi tornerà gratissimo». E in quanto al ‘taglio’ che doveva avere il lavoro, Ricci puntualizzava: «Il testo deve su per giù corrispondere per carattere a quello dei fascicoli pubblicati: esser popolare, senza citazioni latine o tedesche e senza note; alternare la descrizione alla storia, il paesaggio all'arte».
La foto che si conserva nelle carte di G. Gigli doveva servire presumibilmente per quel lavoro. Il carattere monografico della ricerca finì forse per escludere dal campo d'indagine Manduria, cui pure l'autore dové pensare.
Al di là del rischio di arbitrarietà che inevitabilmente implica la congettura, un dato è certo: essa, come tutto il materiale fotografico raccolto nei due volumi del Tallone d'Italia, è il segno di un'attenzione per la fotografia, certo varia in quanto alla sua natura, ma diffusa in molti scrittori. La «scoperta» della macchina fotografica e della sua possibilità di render, subito e tutti, gli aspetti del reale, affascinò, è noto, scrittori come Zola, Strindberg o Jack London; e in Italia maestro di tutti fu Capuana che annoverò nella schiera dei discepoli anche Verga e De Roberto, i quali peraltro, nella Roma Bizantina, potevano affinare le loro conoscenze nel commercio con un esperto in quel campo, come Gegé Primoli. E forse significativo il particolare che, come Gigli, De Roberto curasse per l'Italia Artistica di Corrado Ricci le monografie Catania e Randazzo e la valle dell'Alcantara, apparse entrambe in quella collana dell'Istituto d'Arti Grafiche di. Bergamo nel 1909. Serve tutto ciò ad affacciare l'idea di una compromissione verista di Gigli scrittore? Certo no. Né è questo che importa. Il poeta manduriano osservò nei riguardi dell'esperienza naturalista e verista un atteggiamento, che fu prima di benevola attesa, con qualche remora d'ordine moralistico nei riguardi di Zola, e poi di più aperto apprezzamento. L'interesse per la ‘presa’ del reale che il nuovo strumento consentiva, va piuttosto ascritto alla versatilità del poligrafo manduriano, alla sua aria di ‘pellegrino’ della cultura dotato di antenne, nel costante ‘pendant’ tra vecchio e nuovo ch'è lo spazio della sua ricerca.
In quanto al senso di quell'impresa, si trattava forse della prima proposta che la cultura e l'editoria italiana operavano sul terreno della composizione dell'immagine e dell'identità delle varie regioni, ma era anche l'offerta di una guida, che sostituisse gli itinerari di viaggio dei primi voyageurs, divenuti punti fermi di riferimento per gli altri. Si pensi per questo verso, al ruolo che rivestirono per i viaggiatori coevi e non solo per loro, gli ‘itinerari’ di Ceva Grimaldi, di Swinburne, di Riedesel, di Goethe, di Lenormant, di P. Bourget, di Briggs, di J. Ross, di Gregorovius e via dicendo. Un riferimento, quello della guida geografico-storico-artistica, cronologicamente importante, se si pensa che in quegli anni (1894) era nato a Milano il Touring Club e che in-torno al '900 prendevano corpo le iniziative editoriali dei primi itinerari per turisti.
Intento dichiarato dell'Italia Artistica, collana organizzata per monografie, come è indicato nel programma, era quello di «far conoscere i tesori artistici della patria nostra - si scriveva - e, a un tempo, invogliare e guidare i visitatori, nostrani e stranieri nello scovrirli e apprezzarli degnamente». E quasi a definire il carattere del prelievo e il suo collocarsi in quella ‘fenomenologia della memoria’, che tracciava la fisionomia delle regioni italiane in quel torno di tempo, si eleggeva la forma monografica come più consona «alle esigenze dell'affrettata e intensa vita moderna», nella prospettiva di «raccogliere, intorno ad un soggetto o ad una località, l'alfa e l'omega; tracciarne le origini, le evoluzioni, le forme, radunando le notizie d'ogni tempo e d'ogni parte che ad esso si riferiscono [...] riuscendo [...] a render conto degli ultimi risultati dell'erudizione».
Al di là di possibili mende in cui un discorso contesto di testi scritti e di immagini può sempre incorrere - si pensi alla polemica sulle linee dell'Histoire Nouvelle, cui si rimprovera la rarefazione dell'impianto concettuale - la raccolta che il libro propone si configura nei termini del contributo alla conoscenza e alla conservazione dei monumenti manduriani. Le collazioni operate sui documenti sono, nella gran parte dei casi in cui sono proposte, indicative di varianti che testimoniano i mutamenti avvenuti nel corso degli anni.
Suggestiva, per molti versi, la presentazione di un monumento come Lu Scegnu (il Fonte Pliniano), fondata sulla congettura ermeneutica della parola che lo titola, ancora problematica in quanto alle sue ascendenze etimologiche e al suo referente semantico, allusiva e greve del sentore di magia che implica l'idea di "genio", così come la formulò Michele Greco. Opportuna anche la proposta dell'Illustrazione del fonte di Manduria di Oronzo Gabriele Costa (Napoli 1844), quale segno dell'iter ermeneutico, che la natura e la composizione del monumento hanno suggerito nel tempo agli studiosi, sia che si configurasse come inedito modello di architettura idraulica, sia che partecipasse l'aura di sacralità dei luoghi del culto pagano e l'eco cattivante del mito.
Un po' meno convince invece la rinuncia alla determinazione della sua cronologia. Una scelta, questa, pur nobilitata dall'impianto retorico di alcuni luoghi della scrittura, laddove si allude con aria suadente all'immaginario collettivo delle popolazioni salentine, avvezze, da secoli ormai, a pensare ai simulacri della storia con i quali convivono, come a «cose antichissime» delle quali «piace pensare che ci sono sempre state», ma in realtà priva di indicazioni, pur necessarie e possibili, visti la mole documentaria esistente sul monumento e gli strumenti metodologici che la moderna ricerca offre.
Pregevole è la resa in stampa della documentazione fotografica. Indubbio interesse, anche se più consoni a esser proposti in un impianto storiografico più organico, rivestono i documenti relativi alle masserie degli Schiavoni, le mappe relative ai fiumi Chidro e Borrago e le foto d'epoca che documentano l'incipiente ammodernarsi dell'agricoltura nell'alto Salento, tra Otto e Novecento, come anche le immagini della Fiera Pessima o dello svolgersi di riti come quello della processione propiziatoria in San Pietro in Bevagna.
Degni di nota sono i reportages di Mario Carafòli, resi all'attenzione dei curatori da una ‘scoperta’ di Rino Contessa, i quali, più che un'appendice, costituiscono invece la naturale conclusione del volume. Collaboratore della «Stampa», di cui fu in seguito anche redattore, del «Resto del Carlino» e del «Giornale di Genova» e poi ancora, inviato speciale della «Gazzetta del Popolo» e direttore del settimanale «L'Illustrazione del Popolo», Carafòli rivestì negli anni '40/'50, quale esperto di fotografia, l'incarico di ispettore e consulente artistico della «Società Ferrania».
Anche qui, nei suoi reportages su Manduria, l'uso strumentale della macchina fotografica nella costruzione di un tessuto narrativo contesto di scrittura e di immagini rinvia a precisi riferimenti culturali. Il giornalista anconetano conosce Manduria nel 1941, allorché vi trascorre pochi mesi come ufficiale dell'esercito lì dislocato, e pubblica i suoi articoli sull'«Illustrazione del Popolo» (1944, n. 13) e su «Le vie d’Italia» (gennaio 1958). Ciò accade in un arco di tempo in cui - è ben noto - rivivono le forme del realismo sia sul versante letterario, che su quello delle poetiche filmiche. L' obbiettivo diviene allora non solo occhio che guarda e capta, ma anche strumento di un'avventura narrativa, in cui l'ideologia rinnova, nelle forme di un ritrovato impegno intellettuale, l'atto coraggioso di un «andare verso il popolo», operato nel segno della denuncia o di una polemica riscoperta di valori autentici. Culmine di quella suggestione - com'è noto - è La terra trema, il capolavoro di Luchino Visconti.
Francesco Rosi, che in quel frangente riveste il ruolo di assistente alla regìa assieme a Zeffirelli, evoca così la tensione e il farsi della tecnica sia di G.R.Aldo, direttore della fotografia, che dello stesso Visconti:
Si muoveva (Aldo) tra quelle pareti accecanti di bianco o macchiate di croste e di umidità, in mezzo a quei visi segnati dal sole e dal vento dando l'impressione di volersi impadronire della verità per trasferirla sullo schermo senza alternarne il senso di profonda autenticità.
Visconti piazzava la macchina e creava i movimenti della scena senza troppo preoccuparsi dello spazio che Aldo avrebbe finito con l'avere a disposizione per collocare le sue lampade in quegli angusti ambienti. Si muoveva con rispetto e delicatezza e dopo qualche ora [...] ogni proiettore su piede o sospeso per aria aveva assunto l'aspetto di una sposa: veli, garze, pezzetti di calze da donna fermati con mollette, pinze, pezzi di carta, per ammorbidire un'ombra, per correggere un taglio.
I servizi di Carafòli appaiono «datati» a quel tempo, soprattutto per le tecniche di montaggio e per la prospettiva della costruzione discorsiva attraverso le immagini. Le sue fotografie, come rilevano i curatori del volume, sono spesso frutto di attese e di ricerca degli effetti di luce, necessari talora per la resa della solarità abbacinante in cui si immergono le vedute che propongono. Ciò non vuol dire che l'impianto ideologico, che presiede alla trama narrativa, sia di tipo neorealistico. Qui il discorso si àncora alla visione e all'ideologia del contrasto tra la nobiltà delle ascendenze di un popolo, quale si esprime nei «segni di tanta storia», e il tono dimesso della civiltà contadina, con gli scarti percettibili nella distanza dei riscontri architettonici, nel senso di alterità deietta, che oppone i tuguri contadini allo sfarzo delle logge sei e settecentesche dei palazzi patrizi. E in quanto alla tecnica, si trattava di montare - sostiene giustamente Mario Annoscia - «in una forma tutta personale i servizi foto/giornalistici da lui (Carafòli) definiti film a immagini fisse». Era proprio questa l'impasse. Quella cioè di costruire il farsi di un discorso, che doveva articolarsi sul movimento delle sequenze, con una scrittura per segni e per immagini, che passava attraverso l'immobilità, la fissità del reale fermato nella fotografia. Istituire a quel punto una sorta di concorrenza tra immagine e testo scritto avrebbe forse avuto l'effetto di una destituzione del ruolo della prima alla stregua di semplice supporto di un'ovvietà narrativa palesemente ancorata all'illustrazione di un dato particolare del testo. Negli articoli in questione le immagini non servono a imbalsamare un momento, un'impressione, un atto o un sentimento; né a motivarne la scelta sono il gusto o la ricerca del particolare, spesso perseguita, e non a torto, dallo studioso teso a illustrare pregi, scarti, differenze, effetti, segni o altro. E l'intento documentario non estingue la sua efficacia nella semplice captatio rerum, che ferma il flusso vitale del movimento narrativo. Le Mura Messapiche, il Fonte Pliniano, le facciate delle chiese o gli angiporti del ghetto degli ebrei, si connotano funzionalmente come archetipi rispetto alla materia trattata.
E forse così che è possibile narrare «per immagini fisse». L'uso metaforico della fotografia conferisce infatti al discorso la possibilità di istituire una dinamica delle sequenze, che ne assembla le forme nella luce dell'archetipo. Così l'immagine si fa metafora non solo dei contrasti, ma anche del mito e della temporalità cui è soggetto. Forse per questa ragione è possibile chiudere un reportage con una foto del vallo e delle Mura Messapiche di Manduria e chiosare, distogliendo lo sguardo dalla modernità, cui in modo contrastivo essa allude: «... passa in lontananza un anacronistico trenino...».
Manduria, alla riscoperta della memoria storica.
Immagini (anche poetriche) e documenti raccontati da un giornalista negli anni ‘50
di Giancarlo Antonucci in: “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 31 dicembre 1994
Aggirarsi per le sue strade è un succedersi di sorprese. Si passa dai vicoli dell'antico ghetto, gravidi di sentori come suk tripolini, ad ariose piazze orlate di pini marittimi piegati dal libeccio; da cortili spagnoleschi c ricchi di trine e d'intagli, a solitarie vie chiuse fra muraglie conventuali, da cui traboccano chiome d'aranci o ciuffi di fichi d'India.
Doveva essere davvero un piccolo Eden la Manduria degli anni '50 che suggeriva immagini e sensazioni così pittoresche e dense di colori ad un forestiero colto e sensibile come Mario Carofòli, giornalista di Ancona inviato speciale de "La Stampa" e fotografo attento a ritrarre gli aspetti più misteriosi delle terre che visitava con occhio indagatore per raccontarle ai suoi lettori.
Stupito e insieme curioso, il fotocronista si aggirava per le vie del paese cercando tra i segni di vita e di tanta storia di immortalare, con calma e pazienza, ma anche con la trepidazione propria dell'innamorato, scorci e fisionomie arcane che un mondo ricco di quei segni gli andava di giorno in giorno svelando.
La Manduria di Mario Carofòli, riflessioni giornalistiche con dignità poetica e immagini fotografiche che indulgono alla pittura di paesaggio, costituisce una preziosa appendice del volume di Mario Annoscia e Fulvio Filo Schiavoni "...tra i segni di tanta vita e di. tanta storta Manduria in immagini e documenti fra '800 e '900" che riprende e fa propria la già citata felice espressione del documentarista marchigiano.
Immagini e documenti ricercati e catalogati con amorevole cura e con certosina pazienza diventano testimoni di situazioni passate, spesso irrecuperabilmente perdute, che sanno sollecitare le coscienze di chi in questa sempre bella cittadina vive e opera oggi, come .accurata q e rigorosa selezione che vorrebbe far tornare a luccicare almeno una parte dell'oro di Manduria.
In gran parte inedito, il materiale scelto e studiato, sottoposto a rifacimenti integrali e parziali, è stato ordinato e distinto per sezioni-itinerari secondo un criterio spaziale e cronologico, per agevolare la lettura di chi poco conosce del passato mandurino, in particolare quei giovani nei quali dovrebbe essere riposta la speranza di un futuro più glorioso del presente.
Oltre duecento pagine che si dipanano fra i monumenti più insigni di Manduria, le mura ciclopiche di età messapica, il Fonte cosiddetto Pliniano, le vie i palazzi i giardini e le piazze del centro, la Collegiata Insigne o chiesa madre, il territorio della frazione di San Pietro in Bevagna, infine le attività tradizionali nel territorio di Manduria e la già detta appendice sulla Manduria di Mario Carofóli.
La presentazione di Rino Contessa, capo dipartimento "Cultura e Attività Ricreative" del Comune e già direttore della bibilioteca civica "Marco Gatti", illustra l'eziologia e la nascita dell'opera, che definisce una ricostruzione documentaria che segue la tendenza consolidata di ricercare riscoprire le proprie radici e l'identità della propria memoria storica.
Il corpus fotografico, che risale anche alla seconda metà del secolo scorso e ai primi del '900, è completato dalla documentazione rigorosa delle fonti d' archivio sulla provenienza delle immagini, sugli autori certi e presunti di parte delle foto, i dati riportati sulle cartoline postali, una bibliografia essenziale e l'indice dei nomi e dei luoghi notevoli.
L'auspicio è che l'opera, pubblicata a tiratura limitata dall'editrice manduriana Tiemrne in occasione del Natale (60.000 lire), riesca nell'intento manifesto di riaccendere nei lettori la volontà di recupero degli antichi valori in una terra generosa e dalle nobili tradizioni, bella, prospera, accattivante, ricca di luoghi, monumenti e uomini, punto di riferimento tra città confinanti ed oltre i confini.