Gocce di tradizione. Un libro e un museo, dedicato al Primitivo, mantengono vive le tradizioni popolari manduriane
di Lorenza Pessia in: “Ribalta di Puglia”, n. 30 novembre - dicembre 2006

Fa dire Senofonte al suo maestro nel Simposio che il vino "addor­menta gli affanni, come la man­dragola addormenta le persone, nel tempo stesso che accende la gioia, come l'olio la fiamma". E di ciò ne era convinto Leopardi, che nella sua casa di Recanati, annota nello Zibaldone "il vino è il più certo, è (senza paragone) il più efficace consolatore. Dunque il vigore; dunque la natura".
E perché no, anche il piacere, indi­viduale o collettivo, come quello dello stare a tavola e condividere con gli altri commensali il gusto della convìvialità. Del resto il bere "è un mezzo per promuovere la vita sociale e la conversazione, e dà estro all'uomo" come ci ricorda Kant. Così accanto alla teoria dell'utile trova ampio spa­zio anche la teoria del piacere: il vino dona agli uomini vigore ed esuberan­za, é la panacea di ogni male e un rimedio contro la depressione e gli spiriti spenti. E se Esculapio consiglia­va di far bere vino ai frenetici per addormentarli e ai letargici per sve­gliarli, secondo Ippocrate il rimedio migliore per rimettersi dopo una grande fatica è di ingerire del buon vino, eccedendo anche in po'.
Perché? La risposta ce la da Falstaff in un celebre monologo nello shakespeariano Enrico IV "Un buon bicchiere di vino provoca una doppia azione: sale al cervello e lì prosciuga tutti i vapori stolidi, pesanti e acri che lo avvolgono e lo rende ricettivo, pronto, incline alla fantasia....La seconda proprietà è che riscalda il sangue" allontanando dall'uomo pusillanimità e vigliaccheria. Non fa perciò meraviglia che in piena età romantica Baudelaire dedichi alla dio­nisiaca bevanda un'intera sezione dei Fiori del male e che nella nostra cultu­ra sia riconosciuta al vino la capacità di coniugare il massimo del piacere con la maggiore trasgressiva libertà concessa. Il prodotto di Bacco è di fatto l'unica sostanza a garantire, leci­tamente, il piacere di potersi porre fuori dagli schemi ideologici e com­portamentali obbligati, senza dover pagare eccessive penali.
Fonte di ebbrezza, fin dal remoto passato il vino ha svolto un ruolo tutt'altro che indifferente nell'esercizio di pratiche legate al superamento degli schemi quotidiani, tanto che lo si può considerare il più spirituale degli ele­menti di quella umanissima trinità nutritiva, antropologica, culturale e sacrale, tutta mediterranea, costituita, dal pane, dall'olio e dal vino. Mangiare pane, bere vino e usare l'olio di oliva sono infatti il segno di riconoscimento della nostra civiltà, entro la quale assumono significati inequivocabili. Sono gesti che non si esauriscono nelle loro funzioni prima­rie - quella del nutrire e del dissetare - ma che assumono dei significati emblematici ampiamente condivisi, che si radicarlo nella storia e nel con­testo sociale di un popolo. Come ci ricorda Fulvio Filo Schiavoni nella pre­fazione del libro di Gregorio Contessa L'altro ieri a Manduria e....dintorni, ponendo l'accento su tutto ciò che ruota intorno ad un vino, il Primitivo di Manduria, e alla sua produzione. Scrive "Era delittuoso far avvolgere dall'oblio le fatiche, i sudori e te con­quiste di chi ci ha preceduto e ci ha lasciato in eredità quelle potenzialità su cui si basa il rinascimento del Primitivo di Manduria". Un vino che ha oggi indissolubilmente legato il suo nome alla città da cui ha origine e che in buona parte esprime gli umori, gli affanni e le peculiarità di quel mondo contadino da cui è nato e che Contessa ripropone con fedeltà e ric­chezza di particolari. Nella società agricola descritta dall'autore l'uomo si alzava all'alba per recarsi al lavoro in campagna, portando con sé gli attrezzi e una bisaccia {sozzi) con il pane e l'immancabile vino. Il compa­natico (olive, fave, pomodori, frutta) lo si trovava sul posto. Il ritorno a casa non avveniva prima del tramonto; solo allora si consumava tutti insieme l'unico pasto caldo della giornata. Anche la donna aveva una giornata intensa di lavoro e se aveva dei figli, se piccoli, li accudiva in casa in una naca (una culla sospesa) o allu bbancu (una specie di guardiabimbo in legno in cui venivano infilati gli infanti com­pletamente fasciati) e quando inizia­vano a muovere i primi passi li mette­va alla scàpula, ossia in un antenato del moderno girello. Di ognuno di questi oggetti, forse ormai noti solo a qualche anziano, l'autore ce ne da una ricca descrizione, dedicando ad ognuno di essi una scheda descrittiva dettagliata. Ed è leggendo una di queste schede che si scopre, fra le molte curiosità riportate, che come simbolo di buon auspicio non poteva mancare nelle case di allora, magari tramandato di madre in figlia, "l'oc­chio di Santa Lucia" dialettalmente detto petra ti latti o petra prena.
A questo amuleto, che altro non è che l'opercolo calcareo di un gasteropode marino, veniva attribuito il potere di preservare la gravidanza dai malefici e di assicurare il latte mater­no alla puerpera. Affinché l'occhio di Santa Lucia fosse stato in grado di esercitare tutte le sue proprietà, se non era passato di madre in figlia, doveva essere trovato in riva al mare da un familiare della gestante e ad essa consegnato o, in alternativa, preso in prestito da una masciara o pratichessa, dietro un congruo paga­mento, e racchiuso in un sacchettino si stoffa e portato a mo di collana. Oggi si può ammirare l'occhio di Santa Lucia, insieme a tanti altri oggetti e attrezzi che ripercorrono la storia e le tradizioni della città di Manduria e l'evoluzione della produ­zione del vino nel Museo della civiltà del vino Primitivo.

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